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L’aquilegia e la roccia in Mauro Ferrari

“Le nevi dell’altr’anno / hanno migrato in un eliso / in cui siedono alla destra del nulla”. Come non pensare a François Villon, poeta di una città brulicante e torbida che ha già tratti moderni? Ma qui siamo tra “detriti di morena” memori di quanto è occorso in un tempo inconcepibile sul quale mai verremo in chiaro, toccandoci la nostra brevis lux tra due notti senza fine. Basterebbero queste poche parole per suggerire la qualità e l’altezza del tema che presiede all’ultima raccolta del poeta piemontese Mauro Ferrari, o meglio, al suo ultimo libro (Seracchi e morene, Firenze, Passigli, 2024, pp. 97). Costante è infatti il dispiegarsi di un pensiero severamente leopardiano – a buon titolo Giancarlo Pontiggia nella sua nota di premessa chiama in causa la Ginestra – che ci guida nella lettura misurandosi su versi brevi e compatti, talora condotti a bella scansione endecasillabica. Nella centrale e cospicua sezione che dà il titolo al libro vita inorganica – ma siamo sicuri, suggerisce il poeta, che sia tale? – e incantevole fragilità delle creature si fronteggiano, quali dramatis personae. Moscerini e genziane, aquilegie e licheni, misteriose marmotte e fili d’erba inscenano così, al cospetto della roccia, il loro disporsi commovente alla vita, talora con un coup de dés – la genziana satura di colore – talora salvandosi di misura, come il topolino sfuggito alla poiana, con quel “cuore in tumulto” che si ricorda, ma non al destino che su tutti incombe (“anche per lui verrà / a tempo debito / un aldilà chimera”). Diversamente la maestosa roccia tale destino “accetta”, in quel suo accogliere con indifferenza “la pioggia, il gelo / che sventra dall’interno / e il rodere lentissimo del muschio”, senza farsi illusioni.

Me scordavo de dì che creò l’omo; sì, c’è anche lui, con la sua comica pretesa di imprigionare quanto vede con i nomi, “mentre una pietra, una marmotta, un fiore / continuamente mutano, sfuggendo / ai trucchi della [sua] lingua.” Pure, finitudine tra le finitudini – certo più prossima ai petali di un’infiorescenza che all’erosione dei ghiacci “perenni” – egli è chiamato a svolgere il suo compito, a tener fede al suo supposto mandato, così da riscattare gli infiniti danni e lutti che proprio a lui si riconducono. Come il seracco e l’aquilegia sarà chiamato a dare testimonianza, a tuttavia resistere, come pure è già accaduto, a specchio di “un alone sfrangiato di nebbia” che tanto fa pensare a Fenoglio.

marcovitale58@gmail.com

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)