La foto di copertina è di Dino Ignani
Dove si nasconde la parola della poesia? E quando, e a quali condizioni, viene alla luce? È una domanda a cui non si sottrae il poeta vicentino Tiziano Broggiato in un punto mediano della sua cospicua ricapitolazione antologica (Il soffiatore di vetro: poesie scelte 1983 – 2025, Marietti 1820, Bologna 2025, 184 pp., 16 euro), a configurare insieme l’imprevedibilità e l’irriducibilità di questa parola, poiché al pari di un gatto numinoso essa non soffre imposizioni da chicchessia, fosse pure il poeta. A quest’ultimo saranno destinate semmai le ore di attesa e di ascolto, “finché non sarà lei a decidersi di / mostrarsi”; ore di lavoro insomma non esente da dubbi come ogni lavoro con serietà condotto si porta inevitabilmente con sé. Di tale dedizione Il soffiatore di vetro si mostra dunque come parabola esemplare, quale il poeta costruisce a partire dalle sue otto precedenti raccolte, in un sostanziale bilanciamento di testi antologizzati, cui aggiunge infine una silloge di poesie inedite. Di una parola assurta a tale statuto si potranno così cogliere nell’arco di un quarantennio di scrittura la necessità, le vibrazioni nascoste, il definirsi per forme che mutano nel tempo restando fedeli a se stesse, il sostanziale “evolvere” in termini di pensiero e di suono.
Nessun dubbio che i primi libri di Tiziano Broggiato, almeno entro il 2001 di Parca lux (Marsilio), risentano di una pronuncia, sia pure assai e personalmente rielaborata, di derivazione ermetico-orfica; il dettato vi è scarno e a tratti risentito, la parola si dà per immagini che gettano improvvisa luce ovvero, nell’inquietudine che è costante nel poeta, riconducono al buio (“Che non ci credo ancora / che la speranza è solo / l’anestesia delle mente.”). Vi si può cogliere l’affinità con il primo Mussapi – tra l’altro uno dei lettori da sempre più attenti di questa poesia – e forse in parte con lo stesso Carifi, ma controbilanciata dall’influsso di un autore come Fernando Bandini che sarà decisivo nel compromettere l’enunciato di partenza in ragione di un’apertura di registri e di temi. E questo è vero già all’altezza del 2006, quando in Anticipo della notte (Marietti 1820) un’importante poesia come Ai miei figli. Miei tamburi situa decisamente la scrittura su un terreno di esperienza, nei termini di un resoconto esistenziale in cui dolorosamente i tempi della vita e della poesia divaricano e non si lasciano comporre. Su tale terreno i libri che seguiranno non faranno che affinare lo sguardo, tracciando nuove direzioni e nel contempo mettendo a punto una lingua di poesia che si presenta netta, lucida di una colloquialità alta e metricamente avvertita. Ma il punto è che tale colloquialità di enunciato, tale situazione nel solco e talora nell’alea dell’esperienza, si mostrano improvvisamente funzionali alle improvvise aperture del sogno, alle torsioni oniriche, alle figure di un’alterità non conciliabile. E in ciò credo consista l’offerta più originale e interessante della scrittura di Broggiato. E si vuol dire con questo di piani che si intersecano e convivono nella produzione matura del poeta e il pensiero va alla toccante lirica Un incontro a Praga (in Preparazione alla pioggia, Pequod, 2015), che mette in scena sul sogno “della paziente Moldava / che scorre tra la lastra chiara del cielo / e il sonnolento brusio delle sue sponde” l’apparizione dell’ombra di Fernando Bandini, il maestro amato. Ma qui non è l’allievo che si rivolge al maestro (Siete voi qui…); è il maestro a prendere la parola, prima di dileguare ineffabile tra le statue del Ponte Carlo (“Ciao poeta, anche tu qui?”). E c’è da aggiungere che sempre più addentrandosi tra le pagine del Soffiatore ci si potrà persuadere come lo stesso dato di realtà, ancorché storicizzato, è destinato ad ammantarsi di mistero; si veda in proposito il chiaroscuro ritratto di Ottavio Bottecchia – Botescià per i tifosi francesi che lo videro vestire la maglia gialla per due stagioni di fila, primo italiano a trionfare nella Grande Boucle – concluso nei più bui anni Trenta italiani con un incidente mai davvero chiarito. O si veda, in Sorvoli (Pellegrini 2023) – forse la raccolta di maggiore impegno del poeta vicentino – il perturbante L’ombra della luna, con quella “vittima / che giace su un fianco / come una grossa barca ribaltata”; una tra le non poche bellissime immagini che il lettore potrà a suo grado andare in cerca. E sono solo alcuni fra i non pochi esempi possibili di questo particolare procedere che sembra animare nel profondo Il soffiatore di vetro, nel suo mostrarsi a conti fatti come un libro di conio nuovo, più che un referto antologico; un corpus poetico compatto e mosso dalle sue interne linee di forza e di faglia, che lo attraversano, lo agitano. Né fa eccezione al riguardo la notevole silloge di inediti – Alba a Le Havre – che chiude il libro e accoglie, di ritorno, la riflessione mai esausta sulla parola poetica: “L’ho avvicinata con cautela, / raccolta nell’incavo della mano / come un uccello ferito / e fatta delicatamente scivolare / nella sua eletta dimora.” Difficile dire meglio.
L'autore

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Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.
(foto di Dino Ignani)
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