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Le lettere salvate

Quando incominciò ad essere usato il telefono, seppure da una minoranza, tra fine 1800 ed inizio ‘900 lo scrittore francese André Gide commentò: “Chissà quante belle lettere non saranno scritte e andranno perdute!”. Dalla necessità di scrivere documenti ufficiali e leggi su tavolette di argilla, cera e papiri 3.000 anni fa nacque poi il desiderio di comunicare con chi era lontano in un mondo in cui non molte persone viaggiavano, prevalentemente a piedi o via mare, e le distanze erano enormi. Un desiderio nato spesso dalla necessità di comunicare ad altri informazioni pratiche, ma anche frammenti di vita quotidiana e sentimenti. È grazie alle “Lettere a Lucilio” se sappiamo parecchio del carattere e delle riflessioni private del filosofo Seneca e grazie a Paolo se sappiamo qualcosa di intimo di lui e sul primo cristianesimo. Le lettere scritte da donne entrarono in scena più tardi ma ve ne furono alcune rimarchevoli come quelle profonde di Hildegard di Bingen del 1100 d.C. e una splendida di Eloisa ad Abelardo. Le lettere si attendevano con ansia. Nel Novecento esse divennero più uno strumento per esprimersi emotivamente piuttosto che una necessità.

Le lettere, oggi desuete ma non del tutto scomparse con l’avvento degli email e di app velocissime per comunicare online, sono un preziosissimo documento storico e umano. Si può quasi cogliere, leggendole. se siano state scritte di getto o meditate. Ci sono lettere con macchie di inchiostro, lacrime quando foriere di cattive nuove, esclamazioni di gioia, lettere d’amore tenere, appassionate, nostalgiche, risentite. La lettera richiedeva tempo, sgrammaticate o colte, brevi o lunghe, banali o preziose. Il destinatario doveva pagare secondo il peso di una lettera: si faceva economia avendo una scrittura minuta.

In Inestirpabile. Anatomia della passione in trenta carteggi al femminile di Dhany Coraucci, un bel libro appena pubblicato dalla casa editrice in espansione Calamaro con redazione a Bologna, l’autrice ha raccolto trenta lettere presentandole in modo breve ma assai incisivo. Una scelta di testi che erano dedicati solo alla persona per cui erano state scritti.

Dhany Coraucci, autrice di alcuni libri e speaker radiofonica, vive a Bologna. La sua scelta in questo libro assai interessante incomincia con Flannary O’Connor, romanziera statunitense, di cui l’autrice nota “il suo umorismo caustico e corrosivo” per passare poi alla tenera lettera di Antonia Pozzi, grande poeta sconosciuta in vita, che scrive diciottenne al suo grande amore contrastato, il professor Cervi.

Wislawa Szymborska, ironica, lieve, con un suo umorismo slavo, futura Premio Nobel, racconta di un’ansia all’amato Kornel Filipowicz: “Al momento non ho grandi novità. A parte l’ansia che deriva dall’essere lontani e dal non potere stare davvero insieme. Hai scritto di avermi trovata in qualche modo adattata a questa nuova situazione. Ma non è così, dev’essere stata solo un’impressione, un’apparenza. Non sopporto d’incontrarti qui alla presenza di tutti, e anche tu, mi sembra, non ci riesci”.

Parole più che rivelatrici scritte verso il finale del testo. Già nel 1800 Stendhal notava acutamente che le donne scrivono le cose più importanti alla fine delle lettere – il che, spesso, è vero.

Così anche Cristina Campo, poeta e scrittrice bolognese, malata di cuore, riscoperta tardivamente, diceva ad una sua amica, Mita, nel 1955, dandole del lei:

“Leggo le Upanishad, la Bhagavadgītā, John Donne. Ogni sua parola sarà una gioia per me. Ma non mi scriva se è stanca. (…) Le voglio bene. Vorrei vederla, questo inverno”.

Splendida la lettera di Simone Weil, ammirata postumamente da Cristina Campo, a un ragazzo esule che proteggeva: “avvertiamo il silenzio che ci sovrasta e che si estende fino agli estremi confini del cielo. Sono contenta che tu abbia l’acqua pura: l’acqua pura è una bella cosa. Le notti devono essere molto chiare e piene di stelle in Africa. Le guardi spesso? Le conosci? Platone diceva che la vista è preziosa solo perché ci consente di conoscere le stelle, i pianeti, la luna”.

Passionale quella di Edith Piaf e di altre donne famose ai loro compagni, metafisica quella di Emily Dickinson all’amata platonicamente Susan, autolesionista, purtroppo, quella di Maria Callas ad Onassis.

Sono parecchie le donne che l’autrice ha scelto: poete, scrittrici, rivoluzionarie, attrici, scienziate, spesso donne i cui talenti sono stati riconosciuti troppo tardi come Goliarda Sapienza (che, detto per inciso, ho conosciuto). È impossibile citarle tutte ma tutte le loro lettere lasciano un segno.

 

L'autore

Lavinia Capogna
Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna e di Giuliana Scappino, produttrice cinematografica. Ha pubblicato finora otto libri: "Un navigante senza bussola e senza stelle" (poesie); "Pensieri cristallini" (poesie); "La nostalgia delle 6 del mattino" (poesie); "In questi giorni UFO volano sul New Jersey" (poesie), "Storie fatte di niente", (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo "Il giovane senza nome" e il saggio "Pagine sparse – Studi letterari" e "Poesie 1982 - 2025". Ha scritto 200 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film "La lampada di Wood" che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio "Ciao, Francesca" e alcuni documentari tra Londra e Zurigo. Collabora con le riviste letterarie Insula Europea, Il Randagio e un paio website. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.