Cucendo l’abito del tempo: la poetica della traccia nella nuova raccolta poetica di Dimitris Baltàs, Στο μετερίζι του χρόνου (Sul baluardo del tempo), Edizioni ton Filon, 2026.
Negli ultimi decenni la poesia greca contemporanea si è trovata a confrontarsi con un’eredità particolarmente complessa: da un lato il peso di una tradizione poetica di straordinaria forza, segnata dalle voci di Konstantinos Kavafis, Giorgos Seferis, Odysseas Elytis e Ghiannis Ritsos; dall’altro la necessità di individuare nuove forme espressive capaci di raccontare un presente attraversato da trasformazioni sociali, crisi collettive e profonde inquietudini esistenziali.
Le nuove generazioni di poeti greci sembrano spesso scegliere una strada più silenziosa e interiore rispetto alle grandi narrazioni storiche del passato. Il loro sguardo si concentra sulla memoria personale, sul corpo, sulla perdita, sulle relazioni umane, sugli oggetti quotidiani e sulle piccole tracce che sopravvivono al passaggio del tempo. Non si tratta tuttavia di una poesia chiusa nell’esperienza individuale: attraverso il frammento, il dettaglio minimo e una lingua volutamente essenziale, essa continua a interrogare il rapporto tra l’uomo e la storia, tra ciò che scompare e ciò che rimane.
In questo orizzonte si colloca anche la ricerca poetica di Dimitris Baltàs, una delle voci della nuova sensibilità poetica greca. La sua scrittura nasce spesso da elementi apparentemente fragili, un oggetto dimenticato, una parola, un ricordo, un’immagine quotidiana, per trasformarli in luoghi di riflessione sulla condizione umana. La raccolta di poesie Sul baluardo del tempo appartiene a quella poesia che non tenta di vincere il tempo, ma di ascoltarne le tracce, raccogliendo ciò che resta dopo il passaggio della vita.
La poesia è sempre stata un modo attraverso il quale l’uomo si confronta con ciò che non può sconfiggere: il tempo. Dall’antica tradizione lirica fino all’espressione poetica contemporanea, la scrittura agisce come un tentativo di trattenere qualcosa dal flusso incessante, di salvare una traccia di presenza all’interno dell’inevitabile territorio della perdita.
Nella sua nuova raccolta poetica Dimitris Baltàs si colloca esattamente in questo punto di confine: là dove la memoria resiste all’oblio e dove la parola assume il compito di preservare ciò che il tempo minaccia di cancellare.
Il “baluardo” del titolo non è semplicemente un luogo di difesa. È uno spazio esistenziale. Il poeta si trova esposto davanti alla corrosione del tempo, consapevole che la battaglia contro di esso è impari fin dall’inizio. Tuttavia, il valore risiede proprio nell’atto stesso della resistenza. Come nel pensiero di Martin Heidegger la consapevolezza della finitudine non annulla l’esistenza ma rende l’esistenza più autentica, così nella poesia di Baltàs la coscienza della perdita diventa occasione per una comprensione più profonda della vita.
L’uomo esiste perché ricorda.
E scrive perché teme di smettere di ricordare.
La raccolta si apre con un’immagine che potrebbe funzionare come chiave interpretativa dell’intera opera:
«Le parole
sono
le scarpe
del poeta.»
La metafora è particolarmente significativa: le parole non sono qualcosa di esterno al corpo, ma una sua estensione. Come le scarpe custodiscono le tracce di un cammino, così il linguaggio conserva le impronte dell’esperienza umana. A volte stringe, a volte ferisce, altre volte offre l’unica protezione possibile contro la solitudine.
La poesia di Baltàs è una poetica delle piccole salvezze. Gli oggetti possiedono una memoria. Una giacca, una spilla, una cosa apparentemente insignificante non sono semplici elementi del quotidiano, ma piccole arche di un passato che rifiuta di scomparire. Il poeta cerca ciò che rimane quando l’essere umano non è più presente.
Nel componimento in cui la spilla con la libellula rimane dimenticata sulla giacca della madre, l’oggetto diventa quasi sacro:
la materia si assume il compito di ricordare quando il corpo è scomparso.
Qui la poesia di Baltàs incontra il pensiero di Walter Benjamin sul frammento: la verità del passato non ritorna attraverso le grandi narrazioni, ma attraverso dettagli minimi, attraverso oggetti che sopravvivono come testimoni silenziosi di una vita trascorsa.
La stessa intuizione attraversa anche La camera chiara di Roland Barthes, dove la fotografia di una persona amata diventa uno spazio d’incontro con l’assenza. L’oggetto in Baltàs funziona in modo simile: non sostituisce chi se n’è andato, ma mantiene viva la ferita della perdita. E questa ferita diventa la prova stessa che l’amore è esistito.
Per questo la memoria nella raccolta non rappresenta un semplice ritorno nostalgico verso il passato. È un gesto creativo. Il poeta non cerca ciò che è perduto per rimanerne prigioniero, ma per offrirgli una nuova possibilità di esistenza attraverso la parola poetica.
La tenerezza, tuttavia, convive con una lucida osservazione della contemporaneità. Baltàs non si rifugia esclusivamente nel proprio mondo interiore; guarda il suo tempo e registra le sue contraddizioni:
«Le macchine chiedono
migliori condizioni di lavoro.
Gli operai sono già morti.»
Con pochi versi viene condensata una delle grandi inquietudini del nostro presente: il rischio che l’uomo venga sostituito dai sistemi e dai meccanismi che egli stesso ha creato. L’ironia agisce quasi in modo kafaviano: discreta, apparentemente semplice, ma profondamente corrosiva.
La raccolta però non conduce verso una visione pessimistica. Alla disumanizzazione contrappone la sensibilità. Alla velocità contemporanea, il lento lavoro del ricordo. All’oblio, la resistenza della scrittura.
Nei versi:
«Nell’intervallo
tra le parole
cucio l’abito
del tempo.»
si concentra forse il cuore più profondo dell’intera raccolta.
Il poeta appare come un particolare sarto della memoria. Raccoglie i frammenti lasciati dalla vita, gioie, ferite, amori, separazioni, e prova a ricomporli in una nuova forma.
La scrittura diventa un atto di ricucitura.
Un posto particolare occupa anche il tema dell’amore. L’amore in Baltàs non appare soltanto come pienezza, ma anche come mancanza, come qualcosa che continua a esistere proprio perché un tempo è stato vissuto e poi perduto. È un amore più legato alla memoria che al possesso, una presenza che continua a respirare attraverso la propria assenza.
In un’epoca dominata dall’esposizione continua dell’io, la poesia di Dimitris Baltàs sceglie invece la discrezione. Non grida. Osserva. Non impone. Suggerisce. Non offre risposte definitive. Custodisce domande.
Sul baluardo del tempo è dunque una raccolta dedicata a tutto ciò che se ne va ma non scompare davvero. Alle persone che lasciano impronte anche dopo la loro assenza. Agli oggetti che continuano a raccontare quando le voci tacciono.
Dimitris Baltàs resta sul proprio baluardo impugnando non armi, ma parole. E davanti al tempo, che sembra sempre destinato a vincere, oppone la più fragile e insieme la più potente forma di resistenza concessa all’uomo: la memoria che diventa poesia.
Alcune poesie
Έτρεξε στην κάμαρα
που συναντιούνταν
να τον βρει.
Είχε μέρες να μάθει νέα του.
Η κάμαρα ψυχρή.
Μονάχα
η μισοάδεια Μυρτώ
στο κομοδίνο
μαρτυρούσε
τον αλλοτινό πόθο
που τύλιξαν
αυτά τα σεντόνια.
Πλέον θυμητάρι υφάλμυρο.
Corse nella camera
dei loro incontri
cercandolo.
Da giorni non sapeva più nulla di lui.
La camera, gelida.
Solo
la bottiglia del profumo a metà
sul comodino
custodiva la memoria
dell’antico desiderio
che quelle lenzuola
avevano accolto.
Ormai soltanto
un ricordo salmastro.
—
Η ευτυχία είναι ένα κόκκινο μπαλόνι
μπλεγμένο στα ηλεκτρικά καλώδια
του κόσμου
La felicità è un palloncino rosso
rimasto intrappolato nei cavi elettrici
del mondo.
—
Στη σταχτιά αυλή
μια κόκκινη μπάλα
υπακούει
στις απαλές κλωτσιές
της νοσταλγίας.
Nel cortile grigio di cenere
una palla rossa
segue docile
i calci leggeri
della nostalgia.
—
Το βράδυ αυτό χαράχτηκε μέσα μας βαθύ. Χωρίς υποψία, αφελείς πέσαμε με τα μούτρα στον έρωτα. Τις θίνες εκείνες στην αρχή μάς χάιδεψαν και έπειτα μάς έγδαραν, γιατί αυτό έπρεπε να κάνουν. Αυτή είναι η δουλειά τους. Κι εμείς βρέξαμε τις πληγές με νερό θαλασσινό, να τις ψήσει το αλάτι. Αναπνεύσαμε ιώδιο και εκπνεύσαμε πόνο, που δίχως μία — έστω μία — αμφιβολία για ακόμα μία φορά προσφέραμε σώμα και ψυχή βορά στον φτερωτό θεό.
Quella sera si incise profondamente dentro di noi. Senza sospetti, ingenui, ci gettammo a capofitto nell’amore. Quelle dune all’inizio ci accarezzarono
e poi ci scorticarono, perché era questo che dovevano fare. È questo il loro compito. E noi bagnammo le ferite con acqua di mare, perché il sale le bruciasse. Respirammo iodio ed espirammo dolore, e senza alcun dubbio – neppure uno -ancora una volta offrimmo corpo e anima in pasto al dio alato.
Breve nota biografica
Dimitris Baltàs è nato ad Atene nel 1999. Ha studiato Filologia classica presso l’Università Nazionale e Capodistriaca di Atene, dove si è laureato con il massimo dei voti nel 2021. Ha conseguito, sempre con il massimo dei voti, il master “Retorica, Scienze Umane e Educazione” dello stesso Ateneo. Ha inoltre frequentato il corso “Editing e Correzione di Testi”. Ha pubblicato finora sei raccolte di poesie. Sue poesie sono state pubblicate su riviste letterarie cartacee e digitali e sono state incluse in diverse antologie poetiche.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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