La foto di copertina è di Valentina Cocco
Ci ho messo tanto, forse troppo, non per incuria o per distrazione. Ma perché per maneggiare il dolore servono mani delicate, e per la poesia ci vogliono parole pronunciate con cura, soppesate, parole che si aprano al gesto della custodia, dell’ascolto, oltre una dimensione prettamente estetica, oltre il tecnicismo del poeta, ma bensì alla ricerca della restituzione, della percezione, parole che siano profondità del sentire, gentilezza di verità. Ed è attorno a questo concetto di verità, tanto magnifico quanto abissale, tanto amorosamente umano quanto umanamente doloroso che vorrei muovermi, per questa mia personale sull’incontro con il poeta urbinate Umberto Piersanti. Un incontro con un Maestro, per chi ha da sempre amato il poeta delle Cesane, il poeta ostinatamente attaccato alla sua terra, ai suoi versi impregnati di vento e degli odori e sopori di una natura che non è contorno di cornice ma magia viva, reale, rivelatrice; per chi, come me, ama il poeta del tempo che precede, cantato con versi memorabili, nella dolorosa perdita in tutto ciò che progredisce, ma tuttavia nella tenace bellezza di ciò che con amore si trattiene, si custodisce. Ecco, non potevo non lasciar sedimentare dentro di me, prima di scrivere, alcune mie personali sull’incontro con il poeta urbinate Umberto Piersanti, classe 1941, già candidato al Premio Nobel per la Letteratura e poeta, saggista, romanziere, Presidente del Centro Mondiale della Poesia “Giacomo Leopardi”, voce unica e testimone della nostra contemporaneità, in occasione della Rassegna “Scrittori al parco” svoltasi a giugno a Termoli, nella incantevole cornice del Teatro Verde, per la presentazione della sua ultima raccolta poetica Jacopo, Poesie (1994-2025), edita recentemente da Interno Poesia, con prefazione di Gianluca Nicoletti, postfazione di Paola Severini Melograni (pp.199, €15).

I grandi temi della poesia di Piersanti, quelle presenze care e perdute reinterpretate attraverso il sentire di un magistero poetico che tra natura, radici e memoria rievoca Pascoli, Bertolucci, Pavese, ma anche Leopardi, Tasso, Petrarca, all’interno di una mitologia dei luoghi e della famiglia, si raccolgono attorno all’altro grande tema della vita e della poesia di Piersanti, Jacopo, il «figlio mio delicato», «figlio per sempre», il fauno che ad ogni passo lascia correndo dietro di sé una manciata di versi, cui il padre cerca di stare dietro, con il ginocchio adesso che a volte cede, e che pure tenta la corsa, instancabile, nel dramma di una paternità sincopata che si realizza all’interno di un travaglio d’amore che non conosce tempo, con l’eterno fanciullo, estraneo sempre, inaccessibile, chiuso nel suo castello inespugnabile. «Un poeta deve parlare di ciò che ha dentro, e niente era più di dentro di me di Jacopo» ha più volte dichiarato Piersanti, a proposito del figlio a cui a partire dall’età di quattro anni è stato diagnosticato un disturbo pervasivo dello spettro autistico, una forma di autismo tra le più gravi, in quanto progressivamente non verbale. «Un padre non può eliminare la distanza, ma può abitare la distanza» ha aggiunto il poeta. Nella silloge, infatti, per abitare una distanza che si fa presenza, sono raccolti versi dedicati a Jacopo, dall’attesa della nascita fino ai nostri giorni. È un diario in cui trovano spazio componimenti apparsi in precedenti cinque raccolte con alcuni inediti, in cui l’urgenza della custodia, la cura dello sguardo, l’attenzione per la grande storia riletta attraverso la storia piccola, ma mitica quasi, delle umili vite familiari di una cultura contadina ancora impregnata di intima sacralità e oralità, la volontà di sottrarre al dolore del tempo quanto è di più caro, attraverso versi cantabili e narrativi, musicali, dolcissimi e talvolta pietrosi, si restringono per amplificarsi attorno alla figura di Jacopo, che gira solo nella giostra antica, straniero per sempre, «tremendamente innocente/ dentro il male». Troviamo ancora il favagello, ancora gli amati greppi, il falasco bianco, i lentischi, le ginestre, la sassifraga, piante e fiori, elementi di una natura rigogliosa e sempiterna, nella precisione onomastica che è aderenza totale al luogo, alla vecchia casa ferma dentro le stagioni, forse un po’ più sbiadita, ma ferma ancora lì, nella memoria. Tutto quello che dura nel tempo provoca dolore, è la grande verità della poesia. Ma Jacopo sembra immune alla consapevolezza dello scorrere del tempo (il tempo non ti riguarda/ e inquieta), in un presente eterno in cui non esistono giorni di festa, o stagioni, dove convivono perennemente presenza e assenza, la tenerezza e l’inconsolabile, il verso del poeta e l’incomunicabilità di un mondo, di un altrove, ai più precluso, dove le tavole delle feste imbandite sono piene di tutto, ma sempre più solitarie, dove allo specchio si sovrappongono le figure del figlio e del padre, nel sogno epifanico che per una volta, il figlio possa andare oltre e possa finalmente comprenderlo. E allora se la natura diventa l’unico luogo possibile dell’incontro, della relazione, confermando quell’afflato intimo di appartenenza e di verità, questo amore faticoso di un padre per un figlio, è forse la prova più dura e più preziosa della poesia di Piersanti. Un dono di presenza e di resa, che non è rassegnazione ma umana dedizione, che è anche il senso più alto dell’amore di un padre, e dell’amore umano. Sublimato attraverso versi meditativi, intensi, bellissimi. E del mio incontro con il poeta, non dimenticherò due episodi in particolare, che poi sono quelli che per me definiscono l’uomo e l’autore: uno sguardo pieno di umana, dolce comprensione quando mi sono presentata, una carezza lasciata su un bel bouquet di fiori di campo e di peonie, prima di incominciare il racconto. Ed è vero, è così: attraverso la poesia, quella di un grande poeta, le cose piccole diventano piccolissime, le cose grandi appaiono ridimensionate, o soltanto messe a fuoco con una luce diversa per poter dare inizio al canto.
L'autore
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Laura D’Angelo è docente a contratto di Patrimonio letterario e territorio presso l’Università degli Studi del Molise. Dottore di ricerca in Studi Umanistici, filologa classica e critico letterario, ha pubblicato articoli e saggi su riviste scientifiche e accademiche di letteratura e poesia, approfondendo lo studio della poesia e della letteratura moderna e contemporanea. Ha partecipato a convegni nazionali e internazionali, a festival letterari e rassegne specialistiche di letteratura e critica con presentazioni di libri e interviste. I suoi studi si concentrano sulla figura di Gabriele D’Annunzio e sulla letteratura dialettale molisana, di cui ha recentemente pubblicato il saggio La Prima antologia di poeti dialettali molisani di Emilio Ambrogio Paterno (Fabrizio Serra Editore, 2023). Per la poesia ha dato alle stampe Mio amore (Interno Libri, 2026), Cuore puro (Interno Libri Edizioni, 2024), Poesia dell’assenza (Il Convivio, 2023). Tra i suoi studi è di recente pubblicazione il saggio Mitografie della modernità tra letteratura e critica (Rubbettino Università, 2026).
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