La poesia di Mariangela Gualtieri ci invita a prestare attenzione a ciò che, nella fretta quotidiana, rischiamo di attraversare senza riconoscerlo: il corpo, la presenza degli altri, la vita silenziosa degli alberi, la fragilità di ogni esistenza. La sua parola possiede una forza particolare perché sembra custodire, insieme al significato, il respiro di chi la pronuncia. Leggendola, si avverte che il verso chiede tempo: una pausa, un ritorno, una disponibilità all’ascolto.
Ho avuto occasione di conoscere Mariangela Gualtieri durante il 9° Festival Internazionale di Poesia di Patrasso, svoltosi dal 16 al 20 settembre 2026, con l’Italia paese ospite d’onore. Un incontro che si inserisce nel dialogo fra poesia italiana e greca, alimentato dalle letture, dalle traduzioni e dalla presenza degli autori.
Il mio rapporto con la sua scrittura era cominciato prima. Nel marzo del 2020 avevo tradotto in greco «Nove marzo duemilaventi», pubblicata nella mia versione da LiFO il 24 marzo. La poesia successivamente è stata inclusa nella raccolta Ruvido umano, uscita per Einaudi nel 2024. Ho avuto l’onore di ricevere questo volume in omaggio dalla poetessa, con una sua dedica: un dono particolarmente caro, che lega il ricordo del nostro incontro al dialogo con la sua parola iniziato attraverso la traduzione.
Conoscerla a Patrasso ha dato una nuova dimensione a quel percorso. Alla relazione costruita attraverso i versi si è aggiunto l’incontro con la persona. Il volume dedicato ne custodisce ora una traccia concreta, accanto alla memoria del lavoro di ascolto con cui avevo cercato di accogliere la sua voce nella lingua greca.
Il legame fra poesia e voce attraversa tutto il percorso di Gualtieri. Nel 1983 ha fondato con Cesare Ronconi il Teatro Valdoca, del quale è poeta e drammaturga. La ricerca teatrale, l’attenzione al suono e il rapporto con la musica costituiscono elementi decisivi della sua esperienza. La consegna orale del verso comporta un lavoro preciso: la parola passa attraverso il corpo e raggiunge altri corpi, riuniti nello stesso spazio per ascoltare.
Questa dimensione aiuta a comprendere anche la sua scrittura sulla pagina. Le ripetizioni, le invocazioni, gli arresti della frase danno forma a un pensiero che procede attraverso il respiro. Il lettore è chiamato a sostare dentro le parole più familiari, a sentirne nuovamente il peso. Dolcezza, cura, gratitudine diventano così gesti esigenti: chiedono di modificare il modo in cui ci rivolgiamo all’altro.
Nella mia lettura, uno dei nuclei più intensi di questa poesia è proprio la relazione fra vulnerabilità e responsabilità. Essere fragili significa avere bisogno di attenzione; riconoscere la fragilità altrui significa imparare a esercitarla. Il corpo rende possibile l’incontro, ma lo espone anche alla perdita. Da questa consapevolezza nasce una lingua capace di tenere insieme tenerezza e inquietudine.
La natura partecipa a questa relazione. Alberi, animali, acqua e fiori entrano nei versi come presenze con le quali condividiamo l’esistenza. Leggere Gualtieri significa anche interrogare la posizione dell’umano nel mondo: osservare quanto dipendiamo da ciò che ci circonda e quanto facilmente dimentichiamo questa appartenenza.
Per avvicinarsi a tale universo, propongo due componimenti che illuminano aspetti diversi e profondamente connessi della sua ricerca.
«Sii dolce con me. Sii gentile.»
Il componimento, riconoscibile dal suo incipit, appartiene alla sezione «Mio vero» di Bestia di gioia, pubblicato da Einaudi nel 2010:
Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta.
La richiesta iniziale ha la semplicità di una parola rivolta a qualcuno che ci è vicino. La brevità del tempo le conferisce tuttavia un’urgenza che supera la sola relazione amorosa. Nel corso della poesia, l’attenzione si estende a ogni corpo e alle molte forme della vita: il movimento, la crescita, la fioritura.
La dolcezza assume allora il valore di una responsabilità quotidiana. Sapere che il tempo è limitato rende più preziosa la possibilità di una carezza, di un contatto, di una presenza. Anche l’imperfezione acquista un significato diverso: è la condizione concreta nella quale possiamo incontrarci. La poesia ci invita a riconoscere questa possibilità mentre ancora ci appartiene.
Colpisce il modo in cui la richiesta di cura coinvolge anche chi la pronuncia. L’attenzione verso l’altro e quella verso se stessi si sostengono reciprocamente. Il verso apre così uno spazio nel quale la fragilità può essere riconosciuta e accolta, senza vergogna.
«Nove marzo duemilaventi»
Pubblicata su Doppiozero il 9 marzo 2020 e poi accolta in Ruvido umano, nella sezione «Nove marzo 2020 e dintorni», la poesia si apre con una voce che cerca immediatamente un interlocutore:
Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
L’arresto imposto dall’emergenza entra nel testo come una frattura del ritmo collettivo. La corsa, il fare incessante, il bisogno di rendere produttiva ogni ora vengono interrogati da una parola che cerca una diversa misura dell’esistenza. Il passaggio dal «ti» al «noi» allarga progressivamente l’orizzonte del componimento.
Rileggendolo oggi, mi sembra che la sua forza risieda soprattutto nella domanda che lascia aperta: che cosa possiamo imparare quando le nostre abitudini si interrompono? La sospensione rende visibile la dipendenza reciproca, il bisogno degli altri, la difficoltà di pensarsi isolatamente. Per questo il testo conserva una risonanza che va oltre il momento della sua nascita.
Tradurre questa poesia nel 2020 significava confrontarsi con parole immerse in un’esperienza ancora in corso. Il ritmo, le pause e il movimento della voce richiedevano un ascolto particolarmente attento. Tornare ora al componimento, attraverso le pagine del volume ricevuto in dono, permette di riconoscere insieme la memoria di quel tempo e le domande che continuano a raggiungerci.
Accostare queste due poesie consente di seguire un movimento dall’intimità alla vita comune. La richiesta di gentilezza rivolta a una persona e l’invito collettivo a fermarsi chiamano entrambi in causa il nostro modo di abitare il tempo e di stare accanto agli altri.
È anche qui che riconosco il valore della traduzione. Trasportare una poesia in un’altra lingua significa interrogare la qualità dell’ascolto: cercare il punto in cui una pausa, un accento, una ripetizione possano diventare vivi per un nuovo lettore. L’incontro con Mariangela Gualtieri a Patrasso ha aggiunto una presenza a questo percorso. La dedica custodita in Ruvido umano ne accompagna il ricordo e invita a riprendere la lettura: tornare ai versi, ascoltarli ancora, lasciare che la loro domanda di cura raggiunga la mia – la nostra vita quotidiana.
Alcune poesie
Nove marzo duemilaventi
Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.
E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.
Adesso siamo a casa.
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.
È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.
Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.
Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.
Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.
A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.
Le poesie lette al 9° Festival Internazionale di poesia di Patrasso
1.
Questo giorno che ho perso
e che non ha fruttato
se non una mestizia, il puntiglio
del suo modesto mucchio
di faccende.
Questo giorno che ho perso
ed ero nell’esilio
dentro panni che non erano i miei
e scarpe che mi disagiavano
e tasche che non riconoscevo
e correvo correvo puntuale
senza neanche un dono
per nessuno. Solo un vuoto, corto
respirare. A conferma che nel disamore
il fare anche se fai resta non fatto.
2.
Ormai è sazio di ferite e di cielo. Si chiama
uomo. Si chiama donna. È qui
nel celeste del pianeta
dice mamma. Dice cane
o aurora. La parola amore la ha inventata
intrappolato nel gelo, perso. Lontano. Solo.
L’ha scritta con ditate di rosso
in un silenzio caduto giù dalla neve.
3.
Quando vuole pregare
lei va alla piscina comunale
mette la cuffia e gli occhialini
entra nell’acqua ma non è capace
di domandare, o forse non ci crede.
Allora fa una bracciata e dice
eccomi, poi ne fa un’altra
e ancora eccomi. Eccomi dice
ad ogni bracciata. Eccomi a te
che sei acqua e cloro
e questi corpi a mollo come spadaccini.
E nello spogliatoio, dopo, alla fine
prova sempre una gioia –
quasi l’avessero esaudita
di qualche cosa che non ha chiesto
che non sapeva che mai saprà
cos’era.
4.
Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto,
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
dalla fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il tuo mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.
5.
Interrogazione alla primavera
con pericolosa rima finale.
Ma se prima non c’erano
i fiori, prima, 50 milioni di anni fa.
Quale cuore mancante
così traboccante di mancanza.
Quale giocondissima mente
è esplosa al suo centro
in colorati frammenti di sé
di se stessa pensante
quale cuore che mente
ha schizzato fuori di sé
la legge della
fioritura, i colori e le forme
e la sfumatura così delicata
dei petali nel punto d’innesto
alla corolla.
Quale cuore, carico di
una gioia che noi solo intuiamo
quale acrobatica
mente ha gettato la prima
manciata nel fango a fare petalo
pistillo e corolla e urlo d’amore
del colorato fiore?
6.
La miglior cosa da fare stamattina
per sollevare il mondo e la mia specie
è di stare sul gradino al sole
con la gatta in braccio a far le fusa.
Sparpagliare le fusa
per i campi la valle
la collina, fino alle cime alle costellazioni
ai mondi più lontani. Far le fusa
con lei – la mia sovrana.
Imparare quel mantra che contiene
l’antica vibrazione musicale
forse la prima, quando dal buio immoto
per traboccante felicità
un gettito innescò la creazione.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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