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La fistola musicale di Re Sole

Questa è una storia poliedrica: su un fatto se ne incardinano altri, a formare una figura a più facce. È la vicenda di un manoscritto, la biografia medica di un monarca, l’esilarante storia di una composizione musicale. E tutto punteggiato da circostanze singolari, che rendono ghiotta l’avventura.

Frontespizio del Journal de la Santé du Roi Louis XIV de l’année 1647 a l’année 1711 nell’edizione August Durand del 1862
Frontespizio del Journal de la Santé du Roi Louis XIV de l’année 1647 a l’année 1711 nell’edizione August Durand del 1862

Il manoscritto, dunque. Presso la Biblioteca Nazionale di Francia, proveniente dai fondi della fu Imperiale, è custodito il manoscritto Journal de la Santé du Roi Louis XIV. Invero non ha titolo, e quello citato è stilato a mano sulla rilegatura dei due volumi in folio che lo formano. Al verso del primo foglio del primo volume appare la nota: «Questo manoscritto è un originale consegnato alla Biblioteca Reale da M. Hulst, che l’ha ricevuto da madame de Vernejou, erede di M. Fagon, morto nel 1744»; monsieur Fagon che a sua volta lo aveva ricevuto dal padre, ultimo medico di Luigi XIV. Una copia a mano di questo manoscritto è presso la Biblioteca civica di Versailles. Ed è da questa copia che nel 1862 l’editore parigino August Durand trasse un volume strepitoso: l’edizione del corposo diario che i medici di Luigi XIV avevano annotato a Versailles dal 1647 al 1711, man mano che si erano succeduti nella carica di “archiatri”, come erano definiti i primi medici di corte: Antoine Vallot, Antoine D’Aquin e Guy-Crescent Fagon. In quel grosso fascicolo i medici avevano registrato, uno dopo l’altro e anno per anno, tutti gli accidenti sanitari del re, da quando aveva nove anni (salì al trono nel 1643, a meno di cinque anni d’età) fino a poco prima della morte nel 1715, e dispiace che manchino nel registro proprio gli ultimi e più difficili anni per la salute del re, per il fatto che Fagon era all’epoca anziano e sofferente e non riuscì a portare fino in fondo l’inventario sanitario del monarca.

L’eccezionalità dell’opera è nel fatto che raccoglie minuziose osservazioni cliniche compiute al letto del re dai tre medici, celebri all’epoca. E se Luigi XIV è l’uomo che poté scandire il famoso motto «lo Stato sono io», se i grandi memorialisti che conobbero all’epoca la vita di corte poterono descrivere – come fece Saint-Simon – l’altera nobiltà e bellezza dell’uomo, la sua grazia e maestà, ebbene, da queste pagine affiora invece tutt’altra figura: la quotidiana sofferenza di un grande monarca, che si staglia come un uomo comune segnato dalla decadenza del corpo e dal dominio incontrastato delle malattie, in un secolo nel quale la medicina brancolava ancora tra cataplasmi, salassi, erbe curative e clisteri.

Il Journal de la Santé du Roi Louis XIV è insomma l’agenda delle miserie fisiche di un uomo, che qui appare ben distante dalle pose ieratiche che assume nelle tante tele che lo ritraggono, un uomo che accumulò una quantità incredibile di malattie: febbri, problemi digestivi, emicranie, ferite cicatrizzate, crisi di ansia con incubi, gengiviti con alitosi, tenia intestinale, laringiti, lombalgie, verruche, una grave forma di gotta che alla fine si trasformò in gangrena e – sua celebre malattia – una brutta fistola anale. Una massa di patologie che certamente ebbero parte nella fondazione di quell’ideale stoico che il re pose a base della propria vita e del proprio programma di governo.

Traversare il Journal è come immergersi nella pratica quotidiana delle terapie applicate per lenire i fastidi, i dolori del re. Anche se il centro resta la patologia registrata nell’anno 1686: il 15 gennaio cominciò a formarsi a Re Sole una tumefazione nel perineo, a due centimetri dall’ano. Erano le avvisaglie di un ascesso che si trasformò in pochi mesi in fistola, senza che ciò fosse evento raro in un secolo di mediocre igiene e di assenza di ogni genere di antibiotico. Tralasciando statistiche di massa, anche solo alla corte di Versailles parecchi nobili ne soffrivano, come presto vedremo.

Il diario di quella patologia è incalzante: dopo le prime avvisaglie, verso la fine di gennaio la tumefazione si ingrandì e indurì; il 5 febbraio il medico cominciò ad applicare al re cataplasmi di farina di fave e semi di lino; il 16 febbraio Luigi faticava a camminare; nei giorni seguenti la tumefazione si fece molle e purulenta: cominciarono a essere applicati dei “suppurativi” e poggiate delle “pietre cauterizzanti”, fino al momento in cui l’ascesso fu inciso con una lancetta e ne sgorgò parecchio pus. Come non bastasse, arrivò un attacco di gotta, prima al piede destro, migrante poi al piede sinistro, e intanto la zona incisa diventò ulcerosa e ne colava sierosità: il medico fece applicare ogni giorno olio di mirra. Intanto al re furono praticati tanti clisteri con uno strumento di metallo (lungo la vita ne fece quasi cinquemila): ne otteneva un certo benessere, ma transitorio. Si fece per lui difficile camminare e mettersi a sedere: fu costretto a farsi portare nel parco su una portantina e dovette quasi smettere di andare a cavallo. Ad agosto arrivarono i brividi e la febbre e apparve la fistola anale, in parole povere l’ascesso produsse un canale purulento tra la parte finale dell’intestino retto e la regione cutanea attorno all’ano: una malattia molto antipatica e dolorosa che guarisce solo grazie alla chirurgia.

Alla fine, fu infatti il chirurgo Charles François Félix de Tassy a convincere il re che serviva un’incisione della zona: era operazione dolorosa ma sarebbe durata pochi minuti. Visitando il monarca il chirurgo era agitato e disse: «Sire, sono un po’ preoccupato, perché l’operazione che dovrò fare è cruciale»; al che il re rispose: «Esercitatevi: tutte le mie galere e le mie prigioni sono a vostra disposizione».

La frase era chiara: il chirurgo non doveva usare il re come cavia, e per un paio di mesi poté sperimentare l’operazione su un’ottantina di pazienti appositamente portati nell’ospedale di Versailles. Erano galeotti e mendicanti, tutti con fistola anale e tutti premiati con una diminuzione di pena o con un po’ di danaro, a parte i tanti che morirono sotto i ferri o per successiva grave infezione: furono tutti sepolti all’alba e senza le campane, di modo che non si capisse cosa stava accadendo. I ripetuti interventi consentirono al chirurgo di mettere a punto gli strumenti che sarebbero poi serviti per il re: un divaricatore anale e uno specifico arnese a lama ricurva con un cappuccio d’argento che avrebbe evitato lesioni quando introdotto nell’ano: fu chiamato «bistouri recourbé à la royale».

Riproduzione moderna del «bistouri recourbé à la royale»
Riproduzione moderna del «bistouri recourbé à la royale»

A fine novembre del 1686, mentre la corte si trovava a Fontainebleau, il re fece ritorno a Versailles e alle 8 di mattina del 18 novembre fu attuato l’intervento nella sua camera da letto. Luigi XIV si sdraiò con un cuscino sotto lo stomaco per sollevare le natiche; erano presenti vari medici di corte mentre l’ultima moglie, madame de Maintenon, gli teneva stretta la mano. Invece di pochi minuti, l’intervento durò tre ore, fu eseguito senza anestesia e il monarca diede prova di molto coraggio. Quando il chirurgo annunciò che stava per finire il re sbottò: «Concludete signori, e non trattatemi come un re: voglio guarire come fossi un contadino». E infatti entro la fine dell’anno, con altri clisteri di lavaggio e piccoli interventi di rimozione di cicatrici, il re guarì.

***

Attuato per la prima volta al mondo con quella tecnica, l’intervento fu un successo personale di Félix de Tassy e fu seguito da un carosello di fatti singolari. Innanzitutto Luigi XIV decise di concedere al chirurgo un titolo nobiliare e un grosso compenso in danaro; la vedova avrebbe poi ricevuto alla sua morte una ricca pensione annua; Félix de Tassy fu anche confermato come primo chirurgo di corte e diventò primo valletto del guardaroba del re. Ma si scatenò anche tra i cortigiani la frenesia di farsi operare in massa da lui, anche se in molti casi non ne avevano bisogno. Il chirurgo fu insomma impegnato per parecchi mesi a divaricare l’ano di molti nobili e incidere all’interno quel che trovava.

Ma la sequela più bizzarra fu di natura musicale. Alla guarigione del re, madame de Maintenon chiese al musicista di corte Jean-Baptiste Lully (invero un Lulli di Firenze, francesizzato) di comporre un inno festivo. Esisteva già un carme, quel Grand Dieu sauve le Roy che era stato scritto da Madame de Brinon, superiora della École de Saint-Cyr (il collegio parigino dove le nobili fanciulle venivano educate al futuro matrimonio): era il testo che nelle sale dell’École era stato scandito mentre il re veniva sottoposto all’intervento. Lully ottemperò all’ordine e compose l’inno che da quel momento fu cantato dalle nubili educande tutte le volte che il Re – nel frattempo guarito – visitò l’École de Saint-Cyr. Per una sorta di trasloco della fortuna, durante le prove di un Te deum cantato a corte nel gennaio 1687 per la guarigione regale, Lully si ferì un piede con il pesante bastone di metallo usato per battere il tempo, la zona s’infettò gravemente, lui rifiutò l’amputazione e morì di gangrena poche settimane dopo.

 

Ma non basta: nel 1714 il grande compositore Georg Friedrich Händel, di recente divenuto musicista ufficiale del re britannico Giorgio I, ascoltò l’inno durante una visita a Versailles, lo annotò, fece adattare il testo alla lingua inglese e, senza cambiare neanche una nota, presentò la composizione al re, che ne fu entusiasta. Ne nacque la versione inglese God save the King (alla bisogna trasformabile in God save the Queen), offerta alla corte e assurta a inno ufficiale della corona inglese.

 

 

In Inghilterra si sorvola sul fatto che Dio salvi il re o la regina era sorto in Francia e come inno a una fistola sanata.

castronuovo.medlav@gmail.com

Nota bibliografica

La vicenda della fistola è registrata nel Journal de la Santé du Roi Louis XIV de l’année 1647 a l’année 1711 (Paris, August Durand, 1862) alle pp. 166-175. Edizione moderna dell’opera è quella pubblicata col medesimo titolo dall’editore Jérôme Millon (Grenoble, 2004).

La storia “sanitaria” di Re Sole è ricostruita nei bei saggi di Stanis Perez, La santé de Louis XIV: une biohistoire du Roi-Soleil (Parigi, Champ Vallon, 2017) e Le corps du roi (Parigi, Perrin, 2022).

 

 

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo (1954) è saggista, traduttore e bibliofilo. Ha fondato l’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Il suo ultimo saggio è Dizionario del bibliomane (Sellerio 2021). Sua ultima traduzione: Maurice Sachs, Una valigia di carne (Via del Vento 2020). Ha curato da ultimo Montaigne, Filosofia delle travi (Elliot 2021), A.F. Formíggini, Vita da editore (Elliot 2022), Giampaolo Barosso, Dizionarietto della lingua italiana lussuosa (Elliot 2022).