Interventi

Ritratto (inedito) di un Beppe Fenoglio sportivo

Nella memoria collettiva, il nome di Beppe Fenoglio (1922-1963) è legato, quasi esclusivamente, alla lotta partigiana, di cui fu protagonista in prima persona, e ai racconti e ai romanzi della resistenza, appunto, contro il nazi-fascismo. È noto il giudizio di Italo Calvino, secondo il quale la Resistenza italiana avesse trovato proprio in Beppe Fenoglio il suo cantore. Del resto, Calvino seguì l’esordio di Fenoglio scrittore, per conto della casa editrice Einaudi, in quanto giovane redattore Einaudi, incoraggiandolo, con queste parole, in una lettera datata 2 novembre 1950:

«Caro Fenoglio, ho letto La paga del sabato […]. Ti dico subito quel che penso: mi sembra che tu abbia delle qualità fortissime; certo anche molti difetti, sei spesso trascinato nel linguaggio, tante piccole cose andrebbero corrette, molte cose urtano il gusto – specie nelle scene amorose – e non tutti i capitoli sono egualmente riusciti. Però sai centrare situazioni psicologiche particolarissime con una sicurezza che davvero mi sembra rara […]. Non ultimo merito è quello di documento della storia di una generazione; l’aver parlato per la prima volta con rigorosa chiarezza del problema morale di tanti giovani ex partigiani […]. Ora non posso dirti niente su eventualità di pubblicazione o altro. Tu sarai ansioso, lo capisco, ma devi ancora aver pazienza. Lo leggeranno altre persone. Io ti ho detto quel che ne penso io personalmente. Ti farò sapere qualcosa presto. Tu sta in gamba e continua. Cari saluti».

Quel libro (La paga del sabato) non si fece, per alcune perplessità di Elio Vittorini, direttore della collana einaudiana dei «Gettoni», nella quale il libro sarebbe dovuto entrare. Fenoglio ne ricavò, nel 1951, due distinti racconti, Ettore va al lavoro, e Nove lune. Solo molti anni dopo, nel 1969, il romanzo sarebbe uscito nella sua unità e integrità narrativa, nella collana «Supercoralli» di Einaudi, postumo, dunque, e con la curatela di Maria Corti. Calvino stesso, nel tentativo di convincerlo, scrisse a Vittorini una lettera, il giorno 8 novembre 1950, pochi giorni dopo rispetto a quella scritta a Fenoglio, dicendogli:

«Caro Elio, ti mando il manoscritto de La paga del sabato, di un certo Beppe Fenoglio di Alba […]. È un libro che ha molti difetti di lingua e di gusto (in certi punti rasenta la pornografia); ma tutti difetti locali, eliminabili con poche correzioni. E ne salta fuori un robusto narratore, fuori da ogni compiacimento letterario, con un sacco di cose da dire […]. L’argomento era molto difficile da trattare: ex partigiani che diventano banditi; e lui spiega tutto coi fatti, con una moralità tutta implicita […]. Insomma, spero che ti piaccia e che vada bene per la tua collana, perché – benché possa essere considerato un «neorealista» di stretta osservanza – non rifà il verso a nessuno e dice delle cose nuove».

Beppe Fenoglio fu, dunque, scrittore e partigiano, come volle lui stesso che si scrivesse sulla sua lapide, traduttore dall’inglese, lingua per la quale, sin dall’adolescenza, aveva provato un totale trasporto. Nelle sue opere, tanto nei racconti, quanto nei romanzi, non solo abbondano vocaboli ed espressioni in lingua inglese, ma anche molti nomi dei suoi personaggi (alter ego di sé stesso) sono inglesi (Milton, Johnny, e così via). Del grande romanzo Il partigiano Johnny è giunta una redazione totalmente scritta da Fenoglio in inglese. Sul Milton di Una questione privata, Fenoglio riversa anche il sé stesso fisico, sovrapponendogli caratteristiche fisiche che erano le sue:

«Milton era brutto: alto, scarno, curvo di spalle. Aveva la pelle spessa e pallidissima, ma capace di infoscarsi al minimo cambiamento di luce o di umore. A ventidue anni, già aveva ai lati della bocca due forti pieghe amare, e la fronte profondamente incisa per l’abitudine di stare quasi di continuo aggrottato. I capelli erano castani… All’attivo aveva solamente gli occhi, tristi e ironici, duri e ansiosi, che la ragazza meno favorevole avrebbe giudicato più che notevoli. Aveva gambe lunghe e magre, cavalline, che gli consentivano un passo esteso, rapido e composto».

Per il momento lascio le questioni storiche e filologiche, legate all’opera letteraria di Beppe Fenoglio, in penombra, riservandomi di tornare su di esse con un lavoro organico. Piuttosto, in questa sede, mi interessa mettere in luce un aspetto trascurato, nella critica, della personalità di Fenoglio, e della sua produzione letteraria, e cioè la sua dimensione sportiva, che, sia pur minima, è presente, ed entra nel suo universo fantastico. Ritratto (inedito) di un Beppe Fenoglio sportivo ho voluto, infatti, intitolare questo mio intervento, dedicandolo, innanzitutto, ai miei studenti del corso di studi SAMS (Scienze delle Attività Motorie e Sportive), insegnamento “Lo sport nella letteratura”, ma anche a quanti altri, tra i lettori, amino, o vogliano scoprire, l’opera di Beppe Fenoglio, a partire da questa angolazione, come dire, inedita, di un Fenoglio sportivo.

Era un uomo alto, con il fisico asciutto e il viso scavato. Di lui, ha scritto la sorella Marisa Fenoglio che «Beppe aveva una faccia intensa, classica, ma butterata come avesse fatto il vaiolo […], mortificata da un naso rosso, ciranesco, lui che era astemio! […]. Ma nonostante questo, una faccia bellissima, animata da una febbre intensa, sprigionante dagli occhi tristi e ironici, duri e ansiosi…».

Ecco un altro “ritratto” di Beppe, firmato dalla moglie, Luciana Bombardi Fenoglio: «Un ragazzo alto, distinto, sempre in giacca e cravatta. Non proprio bello, ma affascinante: si faceva notare in compagnia, attirava l’attenzione e l’interesse di tutti. Se non sposavo lui, non sposavo nessuno».

Con un fisico simile, alto e asciutto, Beppe Fenoglio non poteva non praticare la pallacanestro, specie negli anni del liceo. A diciotto anni, era alto un metro e ottantadue (che, per quei tempi, era una statura alta). Nei ricordi di suo fratello Walter, Beppe «era uno sportivo nel senso culturale: gli piaceva l’agonismo e accettava la sconfitta come la vittoria». E questo è un dettaglio importante, saper accettare, nello sport come nella vita, innanzitutto, la sconfitta, prima e più che la vittoria. Oltre alla pallacanestro, Beppe praticava anche altri sport, come il tennis, e come il nuoto, ma, quest’ultimo, non a mare (o in piscina), bensì nel fiume, di gran lungo più impegnativo e difficile (e pericoloso), nelle acque del Tanaro. Amava giocare a scopone (ed era temuto, per le sue competenze e per le sue astuzie, in questo gioco di carte); così, pure, seguiva il calcio, a Torino, e lo praticava. Ma più d’ogni sport, Fenoglio seguiva con passione sincera e profonda, radicalmente identitaria, il pallone elastico, che era il gioco della sua terra, delle sue parti, e della sua gente. Praticava pure il gioco del pallone elastico. Passione così forte, da inserire, in un suo racconto, nella terza parte de Il paese, il riferimento al pallone elastico e la citazione diretta, in quanto personaggio della storia, un campionissimo del tempo, per quella disciplina sportiva:

«Augusto Manzo, campione italiano di pallone elastico, era arrivato da Alba su un’auto di piazza per visionare Sergio. La macchina si era parcheggiata a lato della chiesa, davanti alla privativa di Placido, e il campione stava procedendo verso il centro della piazza. Come stava dicendo con la sua voce lenta e mansueta, il suo terzino destro di quadriglia era stato operato all’improvviso di ernia e non aveva sostituto per finire il campionato. Così era venuto a questo paese per visionare Sergio, del quale aveva sentito chissà come parlare. – È una buona scelta, – disse Fresco, che tra l’altro era zio secondo di Sergio. – Dove abita questo Sergio? – domandò il campione, torreggiando sul codazzo degli ammiratori. Fresco gli indicò la casa di Sergio, ma disse che stava da Umberto, perché l’aiutava nel servizio postale. – Dov’è l’ufficio postale? – domandò allora manzo. – Non scomodatevi, ci saranno già andati in dieci a chiamarlo. Era un uomo altissimo, e con un gonfio torace, e la spalla destra sensibilmente più alta dell’altra. Quando poi per il caldo si rimboccò le maniche, videro che il suo avambraccio destro era grosso e tubolare come un mattone, sparito il polso. – È su questa piazza che giuocate, vero? – domandò con la sua voce lenta e mansueta. I suoi capelli erano chiari come il suo occhio. – Sì, – disse Fresco, – e se salite sul mio balcone a veder la partita, io sarò onorato […]».

L’espressione «pallone elastico» è stata in uso fino al 2001, allorquando è stata sostituita dalla dicitura «pallapugno». In Piemonte (ma anche in Liguria), terre dove era (ed è) praticato questo gioco, veniva chiamato anche «balùn». Si tratta di un gioco sferistico, svolto a squadra, su di un terreno piano, con un muro di rimbalzo (o anche con una rete di rimbalzo). Il gioco deriva dall’antichissima «palla a muro». Un suo primo regolamento risale al 1555, con l’intenzione di disciplinare questo gioco a palla. L’area di radicamento del pallone elastico (o pallapugno) è il basso Piemonte (e la riviera di Ponente, in Liguria), dove viene pratico a livello professionistico. Con il Novecento, questo gioco, come altri, del resto, ha vissuto una forte crisi, con conseguente ridimensionamento, sotto i colpi inferti dall’arrivo, in Italia, del football, e di altri giochi sferistici inglesi. Il pallone elastico è sempre stato sport popolare, contadino, in modo particolare, di tradizione (piemontese e ligure). Ha trovato in molti scrittori d’area i suoi cantori, ed estimatori. Oltre a Beppe Fenoglio, vanno ricordati, almeno, Edmondo De Amicis, Cesare Pavese, Giovanni Arpino, e altri. Il gioco si svolge tra due squadre di quattro giocatori ciascuna, dette, appunto, quadrette: battitore, spalla e due terzini. Il campo, altrimenti detto sferisterio, era di terra battuta, fiancheggiato da un muro d’appoggio (per il colpo di rimbalzo), e con una rete di chiusura, al di sopra. La palla di gioco è di gomma. I punti vengono contati come nel tennis: quindici, trenta, quaranta, gioco. Il battitore è il giocatore, di norma, atleticamente più forte. Gli avversari possono rispondere colpendo la palla al volo, o dopo il primo rimbalzo (come nel tennis), colpendo con il pugno (protetto da fasciature).

Augusto Manzo, nato a Santo Stefano Belbo nel 1911, morto ad Alba nel 1982, è stato ben otto volte campione d’Italia, ed è considerato come il più completo e forte giocatore di pallone elastico di tutti i tempi. Ha sempre ricoperto il ruolo del battitore, e viene universalmente ricordato per le sue grandissime doti di atleta e per lo stile di gioco. Praticò pure, con successo, la «palla con il bracciale», e fu acclamato nei maggiori sferisteri del tempo, aggiudicandosi centinaia di trofei, coppe e medaglie. Morì a 71 anni, nel 1982, per le conseguenze di un incidente automobilistico.

Lo sferisterio di Alba, intitolato alla memoria dell’avvocato Alessandro Mermet, che, nel 1857, con un lauto finanziamento, permise l’avvio della costruzione, fu luogo di incontro, di ritrovo, per Beppe Fenoglio e per i suoi amici, per tutta la vita.

Beppe Fenoglio praticò pure il calcio, così come ricorda Giorgio Bocca, avendolo avuto avversario in una partita disputata nel 1937 (o, forse, 1938):

«Ero un ragazzino, uno studente che cercava di giocare di fino in mezzo alle pestate del calcio provinciale. Appena toccavo palla udivo l’ansito rauco e minaccioso di mediani e terzini abituati alla regola virile: prima le gambe, poi la palla […]. Una domenica si gioca ad Alba […]. Aria da fiera, pubblico riscaldato dal vino, subito calcioni furibondi e la lieta ferocia della folla. Così almeno mezza ora senza quasi toccare palla. Finalmente una palla buona, un dribbling liberatore, un tiro elegante che lambisce un palo e nel silenzio un “bravo Giorgio”, deciso e altero, da amico che ti si mette al fianco contro i molti. Un attimo per voltarmi e riconoscere in quel ragazzo alto e magro uno di quelli su cui misuri la tua vita, un provinciale del tuo destino».

L’8 settembre del 1957, Fenoglio seguì la partita Juventus – Verona, in compagnia di alcuni amici, allo stadio di Torino, durante la quale avvenne l’esordio del grande John Charles, l’attaccante gallese, che militò per qualche anno nella Juventus, costituendo, con Giampiero Boniperti e con Omar Sivori, il così detto «Trio Magico». Quella partita fu vinta dalla Juventus per 3 a 2, con un gol a testa messo a segno proprio dai componenti del Trio Magico, Boniperti, Sivori e Charles. Complice la sua anglofilia, Fenoglio s’infervorò subito per le qualità atletiche del campione gallese. Altra passione sportiva di Beppe Fenoglio fu il ciclismo, grazie alle imprese del suo conterraneo e campionissimo Fausto Coppi (quasi coetaneo di Beppe, e che con Fenoglio condiviso un certo fascino maledetto, la prematura morte, intorno ai quarant’anni, e una comune bruttezza, sia pur fascinosa). La bicicletta, inoltre, è mezzo di locomozione “partigiana” per eccellenza. Silenziosa e veloce, infatti, fu utilizzata abbondantemente, per i collegamenti tra le squadre e le brigate partigiane, nelle colline piemontesi. Essa compare, giustamente, in alcune pagine del Partigiano Johnny:

«– Lo sapevo da prima, ma ho voluto tentare. Il mio parroco si rifiuta. Ha settanta anni e veramente non può andare fino ad Alba senza mezzo. Dice di rivolgersi al curato di Mango, è giovane e sa andare in bicicletta per tanti kilometri. […] Gatto tornò con il sì del curato, era lieto di giovare a Ettore, aveva ormai una praticaccia di cambi, gli ufficiali fascisti lo riconoscevano a grande distanza e sarebbe sceso in città in bicicletta domani stesso».

È nelle prime pagine de I ventitre giorni della città di Alba, subito dopo l’incipit del racconto, che è tra gli incipit più fulminanti e memorabili della nostra letteratura, che la bicicletta fa la sua comparsa, in quanto esempio di scrittura ciclistica, nella descrizione della parata dei partigiani, con il riferimento specifico ai «corridori ciclisti»:

«Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali. Fece un’impressione senza pari quel partigiano semplice che passò rivestito dell’uniforme di gala di colonnello d’artiglieria cogli alamari neri e le bande gialle e intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri col grosso gancio. Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse i nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – Ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s’erano scaraventate in città».

Del resto, è noto oramai, grazie ad alcuni studi specifici, quale sia stato il ruolo della bicicletta nella Resistenza, rivelatasi mezzo adattissimo per spostarsi in breve tempo, in assoluto silenzio, in condizioni anche impervie, e, quindi, per colpire e scappar via. Dunque, un ruolo sovversivo.

La bicicletta era già stata utilizzata, in ambienti anarco-socialisti, quelli vicini ad Andrea Costa, agli inizi del Novecento (i così detti Ciclisti rossi di Imola), dando vita a un embrione di associazionismo politico-sportivo, che giunse fino ai mesi giorni della lotta partigiana. Mezzo di locomozione agilissimo, utile anche per trasportare ordigni, o documenti (si pensi a tutta la storia emersa, di recente, relativamente ai documenti nascosti dal campionissimo del ciclismo italiano Gino Bartali, nascosti nella canna della sua bicicletta, grazie ai quali furono salvate tante vite umane, di ebrei italiani, diversamente condannati ai lager nazi-fascisti). Grazie alla bicicletta viaggiava, tra le varie pattuglie o squadre partigiane anche la stampa clandestina, i rapporti e gli ordini, da far giungere alle brigate partigiane.

L’alterna vicenda della città di Alba, tra liberazione e successiva perdita, Beppe Fenoglio la esprime in un tweet fulminante: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944». Per davvero, questo figura tra gli incipit più memorabili della letteratura italiana, di tutti i tempi (al pari, tanto per fare due esempi illustri, della prima terzina del poema di Dante, ovvero dei primi due versi della prima ottava del poema di Ludovico Ariosto). Secondo Charles Baudelaire, infatti, non esiste racconto degno di questo nome «se dalla prima parola non suscita l’interesse del lettore che deve giungere all’ultima riga per comprendere la soluzione finale». Sotto questo profilo, alcuni racconti di Beppe Fenoglio non hanno proprio nulla da invidiare alla massima di Baudelaire. Molti dei suoi incipit, infatti, come ho dimostrato con quello del racconto I ventitre giorni della città di Alba, sono per davvero memorabili.

L’arte del «narrar breve» ha avuto, nel Novecento, il suo maggior interprete (e teorico) in Ernest Hemingway, basti pensare a Morte nel pomeriggio, romanzo-saggio, che affronta proprio lo stile delle short story, fino a diventare modello e punto di riferimento per tanti giovani scrittori della generazione di Beppe Fenoglio, e per lui stesso, ovviamente, che sentiva connaturata la vocazione al racconto. Chi scrive storie brevi deve saper omettere, lasciando però nel testo come una eco di ciò che non ha scritto, in modo da tenere inchiodato il lettore sulla pagina. Una retorica delle omissioni, che, comunque, dicono, anch’esse, esattamente come la dantesca retorica del silenzio, del non detto, che però dice, eccome, tra una terzina e l’altra del poema. Il lettore, di Dante, o di Hemingway, o di Fenoglio, prova la sensazione di leggere anche il non detto, l’omesso. Proprio in Morte nel pomeriggio, Hemingway precisa che: «Se un prosatore sa bene di che cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse scritte. il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall’acqua».

Esemplare, sotto questo profilo, l’incipit del racconto di Fenoglio Gli inizi del partigiano Raoul, che coglie il protagonista in un momento cruciale della sua vita, tacendo, al lettore, quasi del tutto, la vita precedente:

«Sergio P. partì una mattina da Castagnole delle Lanze per andare a Castino ad arruolarsi in quell’importante presidio badogliano. Aveva diciotto anni scarsi, un impermeabile chiaro, un cinturone da ufficiale e scarpe da montagna nuove con bei legacci colorati, ma rimaneva quello che era sempre stato sino a un minuto dalla partenza: un ragazzo di paese che i suoi sono possidenti e l’hanno mandato in città a studiare. E lo stesso rimase anche quando, perso di vista Castagnole, da una tasca sotto l’impermeabile tirò fuori una pistola nuovissima e ne riempì la fondina dando così un significato al cinturone da ufficiale. Aveva in mente di mettersi nome di battaglia Raoul».

È la tecnica di tante storie brevi contenute nel poema dantesco, nelle quali protagonisti e vicende vengono fissate, come in un odierno tweet, in una o al massimo in due terzine, fulminanti, da selfie, nelle quali quel personaggio viene colto e immortalato nella sua frase o nella sua posa culminante della vita precedente, quasi mai narrata, il più delle volte taciuta, ma che il lettore sente e avverte. Un frammento, dunque, un selfie, capace di riflettere un’intera esistenza, cogliendone il senso più autentico. Il segreto sta nel ritmo, tanto per le terzine dantesche, martellanti e fulminanti al pari degli odierni tweet, quanto per le short story di Beppe Fenoglio, fissate negli incipit memorabili. Dopo l’esempio già riportato dell’incipit del racconto I ventitre giorni della città di Alba, ecco, qui, un altro di questi mirabili incipit fenogliani, dal racconto Un giorno di fuoco:

«Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina, freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo, la cognata era sulla sua lista ma gli apparì dietro una grata con la bambina ultima sulle braccia e allora lui non le sparò ma si scaraventò giù alla canonica di Gorzegno. Il parroco stava appunto tornando da visitare un moribondo di là di Bormida e Gallesio lo fulminò per strada, con una palla nella tempia. Fu il più grande fatto prima della guerra d’Abissinia».

Come non continuare a leggere questo racconto, dopo un simile attacco? L’unica raccolta di racconti uscita con l’autore ancora in vita fu quella con il titolo I ventitre giorni della città di Alba. Fenoglio, comunque, aveva pensato all’organizzazione di tutta la sua materia narrativa breve, e ne lasciò traccia nei pizzini con i quali comunicò, con la moglie e con altri parenti (e i pochi amici), nelle ultime, tristissime, settimane di vita, in ospedale, alle Molinette di Torino, per via della tracheotomia che gli era stata praticata. In uno di questi bigliettini, lasciò scritto come desiderava che i suoi racconti venissero pubblicati (e dell’immenso materiale di manoscritti e progetti editoriali, redazioni e scritture differenti della stessa opera, ri-scritture varie, favole, epigrammi, traduzioni, pièce teatrali, e tanto altro ancora). Solo per i racconti, dunque, Fenoglio lasciò indicazioni certe, sulla loro futura organizzazione editoriale, suddividendo tutti i suoi racconti in queste categorie:

– Racconti della guerra civile

– Racconti del parentado e del paese

– Racconti del dopoguerra

– Racconti fantastici

In una lettera del 9 giugno del 1953, indirizzata a Elio Vittorini, Beppe Fenoglio sembra quasi sentire come una condanna la misura della narrazione breve (con riferimento, ancora, al romanzo La paga del sabato, non accolto da Vittorini nella collana einaudiana dei «Gettoni», e da Fenoglio smembrato in due rispettivi racconti, come ho già chiarito sopra): «…sono convinto che Ella ha fatto il mio interesse insistendo perché il mio romanzetto fosse fratturato in due validi racconti. Le posso dire sin d’ora che il mio secondo libro sarà ancora di racconti. (Molto probabilmente non posseggo ancora, se mai lo possiederò, il fondo del romanziere. Non conosco ancora le 4 marce, per esprimermi con termine automobilistico)».

Il suo primo libro di racconti fu, lo ripeto, I ventitre giorni della città di Alba, uscito da Einaudi nel 1952.

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.