In primo piano · Interventi

Gianni Brera «gran lombardo», e Alessandro Manzoni «gran codardo»

Gianni Brera (1919-1992) è stato giornalista e scrittore, il fondatore della prosa sportiva italiana, forse, il più grande giocoliere della lingua sportiva nell’Italia del dopoguerra e degli anni del boom. Memorabili alcune sue narrazioni giornalistiche, come pure celeberrime restano alcune espressioni inventate per definire, come un odierno tweet o un selfie, un calciatore, rendendolo popolare e riconoscibile in eterno (dal vocabolo «abatino», coniato per Gianni Rivera, a «rombo di tuono», inventato per Gigi Riva). Nella sua lunga carriera di giornalista e di scrittore, ha innovato la lingua italiana, non solo quella sportiva, arricchendola con neologismi entrati nel lessico quotidiano (e che durano ancora), come “catenaccio”, “melina”. A 15 anni, a Milano, cominciò a giocare a calcio, come terzino, in una squadra liceale, con immediato successo (anche se non con l’approvazione della famiglia, visto che il suo impegno calcistico lo distraeva dagli studi appena intrapresi). Negli stessi anni cominciò pure a scrivere (e a pubblicare) i suoi primi articoli sportivi, su riviste dell’epoca (fascista). A soli 17 anni, il celeberrimo «Guerin sportivo», il più longevo e prestigioso tra i periodici sportivi italiano, lo assunse per raccontare il campionato di serie C, mettendosi in mostra per le sue qualità di narratore e scrittore. Si laureò in Scienze politiche, con una tesi sull’Utopia di Tommaso Moro, e nel 1942 pubblicò il suo primo racconto (Il paracadutista innamorato). Dopo l’8 settembre del 1943, entrò in contatto con gli ambienti partigiani, e si arruolò nelle fila della «Brigata Garibaldi», prendendo, quindi, parte attiva alla Resistenza contro il nazi-fascismo. Nel 1945, l’allora direttore della «Gazzetta dello Sport», Bruno Roghi, lo assunse e gli assegnò l’atletica leggera come settore da seguire (e non il calcio o la boxe, come Brera stesso, invece, aveva suggerito). Iniziò così, sotto l’ala protettiva del direttore Roghi, raffinatissimo giornalista sportivo e autore di uno dei primi romanzi italiani sul calcio, Re pallone (del 1933), la brillante carriera giornalistica di Gianni Brera, dapprima presso la «Gazzetta dello Sport», divenendone a soli trent’anni con-direttore, poi, presso altri quotidiani e periodici italiani, per chiudere la sua carriera al quotidiano «la Repubblica». Fu ospite fisso anche in molte trasmissioni televisive sportive di quegli anni, popolarissime, come la Domenica sportiva e il Processo del lunedì. Morì nella notte del 19 dicembre 1992, a seguito di un incidente automobilistico, tra Codogno e Casalpusterlengo, di rientro da una cena tra amici. Come “teorico” del giuoco calcio, Brera viene associato al così detto “catenaccio all’italiana”, che, in Italia, s’impose sui campi di calcio a partire dagli anni Cinquanta, e che trovò nell’allenatore Nereo Rocco uno dei suoi massimi interpreti.

In questo mio intervento, però, non intendo soffermarmi oltre sulla dimensione sportiva e calcistica della scrittura di Gianni Brera, oggetto, per altro, di una valanga di studi e di riflessioni di altissimo livello, e fertile, a sua volta, nella scrittura giornalistica sportiva di tanti “eredi”, fino a oggi, quale tangibile testimonianza di un ruolo di Maestro che seppe sempre rappresentare, e non solo, ovviamente, nell’ambito della scrittura sportiva. In questa sede, piuttosto, mi interessa riferire di un suo fulminante e acerrimo ritratto di Alessandro Manzoni, scrittore lombardo come lui, che Brera pennellò in un articolo intitolato Don Lisander (“Lisander” in milanese sta per Alessandro, e questo fu, in effetti, il soprannome dialettale affettuoso con il quale i milanesi appellarono il loro Alessandro Manzoni). L’intero articolo di Gianni Brera, Don Lisander, lo si può leggere nell’antologia Il principe della zolla, il Saggiatore, Milano 2015, curata da Gianni Mura, suo allievo e continuatore, e con una nota introduttiva firmata da Paolo Brera, figlio di Gianni, e scrittore in proprio. Ecco, qui di seguito, dunque, alcuni stralci dell’articolo, che a me servono per portare ulteriori contributi e testimonianze utili per una definizione non retorica e non “nazionalistica” di Alessandro Manzoni, e del ruolo che egli (non) ebbe nella complessa vicenda del Risorgimento italiano:

Nasce nel 1785 da amplessi ambigui e quasi turpi di cui non ha verosimile colpa. La marchesina Giulia è di sangue matto. Sotto la gonna ha un bugno di vespe facili al furore. Dei tre fratelli Verri, si vuole sia Giovanni a farle il fiocco […]. Donna Giulia è disinvolta figlia dei lumi e del marchese Cesare Beccaria (Dei delitti e delle pene) […]. El contin Lisander balbetta di brutto ma ci ha dentro il fuoco della mammina (e altro).
Un giorno si dirà di lui che è un maniaco sessuale, un erotomane tutto libri e potta […]. Ridono tutti quando pubblica un Carme in morte di Carlo Imbonati. Lo esalta come probo esempio di vita […].
I primi incontri del [Carlo Imbonati] con donna Giulia sono stati consumati in una carrozza chiusa […].
La giovane Enrichetta Blondel, svizzera protestante, si lascia conquistare dalla prospettiva di diventare nobile e ricca più che non sia suo padre banchiere. Lisandrino geme vangelo e voglia di sgurarla ogni giorno con inaudito furore. La ammazza di amore e di maternità. In Francia riscopre Dio per scommessa, un giorno che perde di vista Enrichetta nel corso di una sommossa popolare […].
La casa degli Imbonati a Brusuglio è quasi imponente. Lisandrino balbetta inni sacri che gli garantiscono fama e pelosa riconoscenza negli anni di restaurazione […]. Tenta pure coltivazioni astruse nella tenuta che circonda la casa di don Carlo. Quando gli rivelano che non è stata la poesia ad assicurargli quell’eredità, bensì le buone grazie della madre concubina, don Lisander gonfia le vene del collo per maledire balbettando […].
Lisandrin distrugge Enrichetta lasciandola incinta ogni anno […]. Quando Enrichetta muore, Lisander la sostituisce con una vedova danarosa e più resistente ai suoi quotidiani assalti di maniaco. La vedova è tanto presa da lui che non si accorge nemmeno di restare incinta: nascono due gemelline morte […].
È oramai nell’empireo della letteratura. Ha scritto e riscritto un romanzo che diviene subito celebre. Lo edita a sue spese e ci perde tutto, però trionfa. Vi aspettereste, ingenui, che un lombardo passato traverso la rivoluzione francese, da nobile figlio d’un nobile che non sarà il marito di sua madre, esaltasse la parte, non piccola, che il suo paese lombardo ha avuto in quegli anni memorabili: neanche a parlarne! Il bonhomme Lisander si rivolge a un’epoca lontana, che non gli darà più fastidi di sorta: gli stranieri occupanti sono spagnoli […]. Protagonisti del romanzo sono Fermo e Lucia: un bieco gerarca spagnolo attenta delittuosamente alla virtù di Lucia: Fermo, che poi diventerà Renzo Tramaglino non si arrende e alla fine trionfa con l’aiuto del Signore e di fra Cristoforo, suo santo tramite in terra.
Nessuna donna, tranne una suora, sembra possedere il sesso nel romanzone di don Lisander. Lucia è asessuata e fessa fino al disgusto […].
La monaca di Monza viene sverginata super basellum scalae. È schiava d’amore e di peccato d’un certo sciagurato Egidio, noto play boy. Lo sciagurato induce l’abbadessa a lasciar rapire Lucia: il colpo lo commette un Visconti che rimane Innominato. Costui si commuove e converte nel più retorico dei modi […]. Poi viene la peste. Don Rodrigo muore. L’agra e inzitellita Lucia viene felicemente liberata dal voto di castità che aveva contratto e sposa Renzo Tramaglino. Don Abbondio, che è l’autoritratto di don Lisander, acconsente finalmente a unirli in matrimonio dopo aver loro rifiutato per mesi e mesi il desiatissimo sacramento […].

Il ritratto di Alessandro Manzoni che emerge, dalla lettura di questo articolo di Gianni Brera, è impietoso. Certo, si tratta di aspetti e dettagli della vita e della personalità (privata e pubblica) di Manzoni già noti alla ristretta cerchia degli studiosi e degli esperti di cose manzoniane, ma non divulgate, né in sede scolastica, né in sede di larga diffusione popolare, dove invece prevale, come dominante, l’improbabile e scialbo santino di uno scrittore impegnato e spacciato come “padre della patria”. Dall’infanzia decisamente triste (e infelice), alla maturità devastata e tormentata, ne vien fuori un Alessandro Manzoni cresciuto senza l’affetto genitoriale (sarà stato, forse, questo il vero motivo per il quale nel suo romanzone, tanto per ri-usare il vocabolo di Brera, non ci sia per nulla traccia né dei genitori di Renzo Tramaglino, né del padre di Lucia). Rimozioni freudiane laceranti. Il suo frenetico e squilibrato rapporto con il sesso, tra gli eccessi della vita privata (due mogli e una valanga di figli) e la censura (quasi totale) all’interno del romanzo (basti dire che di Lucia il lettore non viene informato nemmeno sul colore dei suoi occhi, altro che aspirazioni sentimentali e sessuali; personaggio, per davvero, asessuato e odioso) non ne fa un romanzo proponibile oggi per una corretta educazione sentimentale e sessuale. Dell’eccesso di prudenza politica di Alessandro Manzoni, fino alle punte della codardia (e dell’opportunismo), con la retrodatazione della storia di qualche secolo indietro, rispetto al suo presente, per non compromettersi, senza prender parte alcuna, e dormire sonni tranquilli, al riparo da fastidi e da pericoli d’ogni sorta (che, invece, caratterizzarono la vita dello scrittore e intellettuale Ugo Foscolo, o quella di altri scrittori e intellettuali lombardi dello stesso giro di don Lisander, ma con un’etica della missione di testimone da svolgere e da interpretare in modo totalmente differente, e a schiena dritta, come fece, per esempio, Silvio Pellico, e tanti altri), ebbene, di tutto ciò non conviene aggiungere una sola parola all’articolo di Gianni Brera, che vede nel pavido don Abbondio l’autoritratto di don Lisander.

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.