
Gli orecchini di Montale, pubblicato dal Saggiatore nel 1965, è stato titolo di un’interpretazione magistrale di D’Arco Silvio Avalle del sonetto montaliano Finisterre (La bufera e altro) e Gli orecchini (Book Editore, 2019) ed è titolo della raccolta del poeta Mauro De Maria, che a Eugenio Montale rimanda per una poesia d’amore raffinata e misteriosa. Ne ha scritto nella nota, intitolata Attraverso la condivisione dell’atto poetico, Alberto Bertoni, che, oltre a definire l’autore “degnissimo continuatore di quell’Officina che a metà ‘900 annoverò pezzi da novanta quali Attilio Bertolucci, Alberto Bevilacqua e (più di recente nonché a latere) Pier Luigi Bacchini”, sottolinea “l’intertestualità altissima del Montale interprete di Petrarca: dunque il Montale collocato fra Occasioni e Bufera”. Quanto al tema d’amore in funzione salvifica, già montaliano, esso viene da De Maria trasformato in rito, che trova nell’atto poetico un destino che coinvolge e fugge la transitorietà di ogni legame amoroso. Ma ciò che più colpisce, nell’opera in versi di De Maria, è lo stile alto, “al limite del prezioso e del raro” e una metrica sapiente, che restituisce l’armonia e la polifonia dei versi.
La stessa maestria di stile e di metro si rinnova nella nuova raccolta, Dal lago del cuore, che nel titolo dantesco si riallaccia alla nostra tradizione lirica colta, mentre continua la suggestione di echi da Montale e da Petrarca, ma anche dal Cantico dei cantici e da Eliot, Donne, Poe, Cvetaeva, Yeats, Luzi e da altri poeti. La ricerca metrica innanzitutto, si presenta molto studiata e originale, poiché 56 liriche hanno forma chiusa, che De Maria chiama “tersicorea”, da Tersicore Musa della danza, forma costituita da 13 versi liberi e da una quartina di endecasillabi a rima incrociata, mentre altri quattro componimenti sono sempre di metrica classica, tre sonetti e uno in sesta rima. Nelle tersicoree i versi hanno diversa lunghezza e sembrano creare un movimento danzante fino al blocco versale di endecasillabi delle quartine.
L’amore verso una creatura, a cui ci si rivolge con un “tu” affettuoso e familiare (“ma in fondo, avresti detto, che c’importa / quando avremmo potuto essere a Rouen / fra gente sconosciuta / e baciarci en plein air”, Per sondare il segreto della luce), è un sentimento che non esclude l’assenza e il mistero (“e ove si sfuoca il tuo viso riemerge / come dove riemerge presto sfugge; / ora la tua presenza è così intensa / da potervi rinunciare”, come angoli d’un telo ripiegato). Motivo dominante, si lega a pensieri sull’esistere, sul rapporto tra luce e buio, tra fuggevolezza e “tempo confinato”, tra essenziale e superfluo in un tessuto sintattico che abbraccia e dischiude, indaga e conclude. Un avvenimento concreto del passato avvia spesso le liriche, ma è trasferito in un presente nel quale l’amata non è più: “Nuotavano a scatti piccoli pesci / nell’acqua luminosa e trasparente / dei nostri sguardi ebbri / una sera a Milano / in cui fummo davvero come fugace / apparizione a cena da un’amica […] Allora non pensammo / che l’amore si vede in controluce/ e avrei potuto farne un manifesto / mentre tu lo schermavi da tutto […] e ancora lo proteggi / nel mondo delle ombre ove mi leggi / senza il bisogno della mia dizione”, Nuotavano a scatti.
Non mancano dunque nei versi di De Maria, molto eleganti, particolari del vivere quotidiano, ma li rendono ancora più preziosi i riferimenti all’arte, evidenti nel loro significato amoroso e certamente nutriti da quel mondo di grazia e felicità artistica, che trovò i propri cultori in Attilio Bertolucci e Roberto Tassi e nella rivista parmigiana “Palatina” (1957-1966). Come in alcune poesie di Bertolucci un dipinto diviene occasione di idealizzazione dell’amata, così la Madonna dal collo lungo del Parmigianino ispira un omaggio all’interlocutrice in una lirica tra le più intense: “non così pronunciato era il tuo collo / ma certo di Madonna / e lungo quanto mi bastava/ a pensarti fra gli angeli / come nel quadro del Parmigianino / dove m’immaginavo anch’io / nella figura piccola e di lato /che tiene tra le mani un testo scritto”, E poi, tutto sommato. Sono il poeta e la sua musa, ora schermata ora irridente, lontana nel ricordo o nell’”oscurità priva di tempo” (Ricomincia la vita), a rendere i particolari di opere di grandi artisti – Monet, Modigliani, Carpaccio, Antelami, Cezanne, Picasso, Dürer, Mantegna e Michelangelo – figure poetiche e vere, della verità dell’arte. Per questo il sigillo col proprio nome posto da Raffaello sul bracciale del braccio sinistro della Fornarina, può rivelare “nelle pieghe di significato / dei versi” la vita che il poeta dona e crea, se è vero, come leggiamo in Benigna fu la sorte degli amanti, che “i poeti / non narrano realtà bensì la creano”.
L'autore
- Gabriella Palli Baroni laureata in Lettere Classiche a Pavia, allieva di Lanfranco Caretti, perfezionata a Chicago e a San Diego sul pensiero scientifico rinascimentale e su Machiavelli, vive a Roma. Scrittrice e saggista, è studiosa di letteratura dell’800 e del 900 ed è critica di letteratura contemporanea. Collaboratrice di «Strumenti Critici», «L’Illuminista», «Il Ponte» e di altre riviste italiane e straniere, si è dedicata in particolare ad Attilio Bertolucci, del quale ha curato il Meridiano Mondadori Opere, le prose Ho rubato due versi a Baudelaire, gli scritti sul cinema e sull’arte, e a Vittorio Sereni, del quale ha curato i carteggi con Bertolucci (Una lunga amicizia. Lettere 1938-1983, Garzanti 1993) e con Ungaretti Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969, Archinto, 2013). Ha inoltre pubblicato l’antologia Dagli Scapigliati ai Crepuscolari (Istituto Poligrafico dello Stato 2000) e Tavolozza di Emilio Praga (Nuova SI, 2008). È autrice di saggi sulla poesia di Amelia Rosselli e ha collaborato al Meridiano L’opera poetica, uscito nel 2012 e al numero monografico XV, 2-2013 di «Moderna» (Serra, 2015). Nel 2020 ha pubblicato di Attilio e Ninetta Bertolucci, Il nostro desiderio di diventare rondini. Poesie e lettere (Garzanti).
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