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Il dantismo carsico di Andrea Camilleri

Continuo a scovare e a segnalare tracce di dantismo carsico negli autori italiani del Novecento. Questa volta, propongo pagine tratte da Andrea Camilleri, anche per dare, con questo articolo, un mio piccolo contributo alle celebrazioni del centenario tondo della nascita dello scrittore (1925-2025), rimarcando la presenza di Dante nel romanzo La presa di Macallè, del 2003 (Sellerio), in particolare, di un episodio infernale e di uno purgatoriale.

Un riferimento esplicito a Dante Alighieri, da parte di Camilleri, è presente nel libro La lingua batte dove il dente duole, 2013 (Editori Laterza), realizzato in dialogo con Tullio de Mauro (1932-2017), linguista, saggista e lessicografo (che ha pure ricoperto il ruolo di Ministro della Pubblica Istruzione, dal 2000 al 2001, nel secondo governo Amato), in forma di riflessione a due voci sulla lingua e sulla letteratura italiana (e non solo). In questo caso, la presenza dantesca è testimoniata da una considerazione svolta da Camilleri sulla didattica dell’opera di Dante, nella scuola italiana, e, più in generale, sulla didattica della letteratura. Dall’interno, dunque, di questa prospettiva, la didattica della letteratura, Camilleri adulto (e scrittore famoso) racconta un episodio di sottile, quanto astuta strategia didattica, che il suo professore di liceo aveva messo in atto, per incuriosire gli studenti, tra i quali, appunto, il giovanissimo Camilleri:

Al liceo avevo un professore di italiano che si chiamava Emanuele Cassesa. Era uno scioperato, passava le notti nelle bische clandestine, ma ci spiegava Dante in un modo straordinario. Aveva la capacità di smontare il testo, riducendolo a delle concretezze, da noi facilmente afferrabili e poi ricostruirlo poeticamente trascinandoci nel turbinio di sensazioni e di idee e tornare ai livelli di Dante. L’intera classe, 27 imbecilli, semplicemente lo capiva. Ci tenne tre sole lezioni su Dante, poi disse: «Basta, le lezioni sono finite perché lo stipendio che mi passa lo Stato equivale a tre sole mie lezioni» Protestammo tutti. Allora Cassesa disse: «Va bene, se ci tenete proprio a queste lezioni, allora mi pagate voi privatamente. Non pretendo molto, un pacchetto di sigarette Macedonia a settimana». Così ci tassammo e diventammo esosi, Cassesa doveva fare lezione fino al tocco della campanella, non terminare un secondo prima, perché pagavamo e lo pretendevamo. Solo dopo capii che era un suo abilissimo modo per fregarci tutti.

Le “strade” (didattiche) da percorrere, dunque, per giungere a quello che Piaget chiamava il «gancio», in quanto strumento necessario per incuriosire i propri studenti, e catturarne l’attenzione, sono tantissime. In questo caso, il professor Cassesa, con i suoi studenti, aveva scelto quella della provocazione, dell’ingaggio privato: “se «mi pagate», continuo a far lezione”, rendendoli, così, una volta raggiunto l’accordo sul costo delle sue prestazioni professionali, talmente «esosi», esigenti, da pretendere che la lezione durasse fino all’ultimo secondo utile, fino al suono della campanella, e che non smettesse prima di quel suono. A margine di questo gustoso aneddoto scolastico, raccontato da parte Camilleri, le riflessioni, di natura didattico-pedagogiche, da fare sarebbero tante. A cominciare, per esempio, dalla sottolineatura che il prof. Cassesa, con il suo gruppo-classe, formato da «27 imbecilli», in sede di lettura e di interpretazione del testo dantesco, dapprima, smontava il testo, in modo da renderlo fruibile, alla portata degli studenti, per poi condurli, però, nuovamente in alto, ai «livelli di Dante», provocando in tutti loro un «turbinio di sensazioni e di idee». In questo modo, abbassando e alzando l’asticella della lezione, il prof. Cassesa li fregava tutti, nel senso che li catturava, li incuriosiva. Cassesa, dunque, esempio di docente che non «bamboleggia», con i suoi studenti (tanto per citare una analoga riflessione del professor Pier Paolo Pasolini), docente, cioè, che non scende al livello dei ragazzi, ma che, al contrario, pur senza salire in cattedra, riesce a innalzarli, tutti e 27, alle altezze del poema dantesco.

Nel libro La lingua batte dove il dente duole, comunque, i riferimenti espliciti a Dante e alla sua opera sono diversi, e appaiono tutti intrecciati con aspetti o con caratteristiche di alcune opere di Camilleri, o di alcune sue scelte espressive (linguistiche). Inoltre, riferimenti a Dante, al XX canto dell’Inferno, che è il canto della IV bolgia (cerchio VIII), con maghi e indovini, e quindi con Tiresia, sono contenuti nella Conversazione su Tiresia, scritta e interpretata da Camilleri (messa in scena, per la prima volta, l’11 giugno 2018, al Teatro Greco di Siracusa).

Il romanzo La presa di Macallè non ebbe una buona accoglienza critica, come lo stesso Camilleri, più volte, sottolineò, con disappunto. Alcuni critici si fermarono, addirittura, alla superficie pruriginosa di quella storia, definendolo romanzo erotico, se non proprio romanzetto popolar-pornografico. Camilleri se ne sentì offeso, ma accusò il colpo, invitando quei critici così severi a una lettura più attenta e profonda del libro, che Salvatore Nigro, già nel risvolto di copertina della prima edizione Sellerio (2003), definiva, non a caso, una «priapata storica», storia di «cose vastase», con riferimento proprio al sesso. Intendo partire da questo romanzo di Camilleri, ambientato a Vigàta, nel 1935, l’anno della guerra in Abissinia, per far emergere pagine del dantismo carsico che sono presenti nelle opere di Andrea Camilleri, in modo significativo, non come semplice citazione.

Siamo nel 1935, l’anno della guerra in Abissinia, con il giovanissimo, eppur già fascistissimo, protagonista, Michilino Sterlini, di sei anni, provvisto da madre natura di un pene spropositato e sbalorditivo, per la sua età, appassionato di armi, battaglie, e di fumetti americani, figlio del camerata Gherlando (Giugiù) Sterlini, segretario del Partito Nazional Fascista di Vigàta. Il libro racconta, dunque, con i consueti toni grotteschi di Andrea Camilleri, che qui adopera in larghissima parte il siciliano, la lingua di Vigàta, la storia tragico-comica di Michilino, di come perse la sua innocenza, vittima, al tempo stesso, della propaganda fascista, e del cattolicesimo più bigotto e superstizioso, che Michilino, tra l’altro, interpreta a modo suo.

A un certo punto, Michilino decide che deve uccidere il piccolo Alfio Maraventano, figlio di Totò Maraventano, sarto e comunista, perché lo considera nemico di Mussolini e della Patria (e di Gesù), esattamente come suo padre. Un bel giorno, quindi, Michilino, che ha appena ascoltato uno sfogo di suo padre contro i comunisti, si confronta con lui per risolvere un cruccio interiore che lo tormenta, sul rischio di commettere peccato mortale, uccidendo Alfio, e sul rischio, ancor più grave, di aggiungere, senza volerlo, sofferenza a sofferenza a Gesù, inchiodato in croce per colpa della cattiveria degli uomini, e dei loro peccati (preciso che, qui e altrove, trascrivo, ai soli fini di una maggiore comprensione, in italiano corrente, alcuni vocaboli o espressioni dialettali, presenti nel testo di Camilleri):

«Ma ammazzare un omo non è piccato?» spiò [interrogò].

«C’è omo e omo, Michilì. Un comunista non è un omo, ma un armàlo [animale] e pirciò se s’ammazza non si fa piccato».

Doppo tanticchia [un po’], Michilino spiò nuovamenti:

«Papà, un figlio di comunista è macari [per caso] lui comunista?».

Prima d’arrispunniri, ‘u papà ci pinsò supra. Doppo s’addecise.

«Michilì, tu sei fascista?».

«Sì, papà».

«E chi ti l’insignò a essiri fascista?».

«Tu, papà».

«Ma se io inveci d’essiri fascista ero comunista, che t’insignavo?».

«A essiri fascista».

«Lo vedi? È la ducazioni de conta. Al centu pi centu, un figlio di comunista addiventa comunista coem a so patre. Non si sgarra. La mala pianta si riproduce sempri e si moltiplica. L’erba mala è meglio estirparla prima che tutto il terrenu addiventi sulamenti un campo d’erba mala che non fa crisciri l’erba bona. È ragiunato?».

«È ragiunato» disse Michilino.

Aviva avuto via libira.

Tormentato dai dubbi, quindi, Michilino, una notte, ebbe un incubo:

Quella notti Michilino fece un sogno.

Senza sapiri né comu né pirchì, si trovava allo ‘nfernu. Torno torno a lui c’erano diavolazzi con le corna, la cuda e i pedi di crapa con i forconi nelle mano che arridivano e infilzavano povirazzi nudi che chiangivano e facivano voci mentre ardivano fiamme altissime e il càvudo [caldo] era spavintoso.

«Errori c’è!» gridava Michilino. «Io non devo stari qua!».

Mi nisciuno l’ascutava, nisciuno gli dava adenzia. E lui si dispirava e chiangiva. Se non aviva fatto piccato, pirchì era andato a finiri allo ‘nfernu? Tutto ‘nzemmula [contemporaneamente], in mezzo al fumu e alle fiamme, vidiva cumparire un diavulazzo che aviva la faccia di Alfio Maraventano [figlio di Totò Maraventano, sarto e comunista, che Michilino ha deciso di uccidere]. Alfio ridiva, e la so risata ‘ntronava le grecchie [orecchie] di Michilino, mentri pigliava il forconi e glielo puntava dritto nella panza.

«Ora ti spirtuso [apro]!».

E in quel priciso momentu cumpariva Gesuzzu che volava supra il foco:

«No! Fermati, diavulazzo! Michilino è miu! È miu!».

«Iu sugnu tuo!» fece Michilino con tutta l’arma [il fucile].

Mentre il diavulu Alfio si fermava imparpagliato, Gesuzzu con una mano afferrava per i capilli Michilino e lo portava fora dalle fiamme.

«Ti ringraziu, Gesuzzu adorato!» diciva raccanoscenti Michilino.

Ma mentri veniva tirato, il picciliddro [bambino] sentì la pelli della so testa che si staccava dall’osso. Gesuzzo restò con lo scalpo in mano e Michilino ricadì abbascio, urlando dallo scanto [spavento]. Cadiva e cadiva, eternamenti cadiva e quanno toccò terra s’arritrovò tra le fiamme e davanti ad Alfio che gli desi con tutta la forza un colpo di forconi nella panza.

Sentì la panza raprirsi e le so intragnisi, le so ‘ntiriora [intestino] principiarono a nesciri fora attraverso i pirtusa [fori] fatti dal forconi, turciuniandosi [attorcigliandosi] che parivano interminabili vermi. Gridò, atterrito. E arrisbigliò [svegliò] ‘u papà e ‘a mamà che dormivano. ‘U papà addrumò [accese] la luci. Vittiro [Videro] a Michilino susuto [alzato] a mezzo nel letto, l’occhi sbarracati, che trimava coem se avissi la terzana [febbre].

«Che fu?» spiò [indagò] allarmata ‘a mamà.

«Fici un sognu tinto [scuro, pauroso]» disse Michilino.

«Dagli tanticchia [un po’] d’acqua» fece ‘u papà pruiendo [porgendo] alla mamà il bicchieri che teneva sempri sul comodino.

‘A mamà si susì, si calò sul figliu, lo fece viviri [bere]. E po’ spiò, arricciando il naso e sciaurando [annusando] l’aria:

«Che è questo fetu [puzza]».

«Penso che mi cacai addosso» fece virgognoso Michilino.

La prima ambientazione della scena, nel racconto dell’incubo di Michilino, quella con i «diavolazzi», è da ricondurre, senza ombra di dubbio, con la bolgia quinta dell’ottavo cerchio infernale dantesco, la bolgia dei «barattieri», canto XXI, con i suoi terrificanti «diavoli neri» (Malacoda, Barbariccia e altri), per passare, subito dopo, evocativamente, verso l’ottava bolgia, quella dei consiglieri fraudolenti, e, in modo particolare, all’episodio di Guido da Montefeltro (1220-1298), politico e condottiero ghibellino, più volte scomunicato per il suo accanimento anti-guelfo, ma alla fine riconciliatosi con papa Bonifacio VIII, proprio per un consiglio fraudolento da lui fornito al papa, su come conquistare (con l’inganno) la città di Palestrina, dove si erano rifugiati gli avversari politici di papa Bonifacio, i Colonna, e, quindi, sconfiggerli. Il papa, come ricompensa per il consiglio ricevuto, concesse a Guido da Montefeltro l’assoluzione in anticipo per tutti i suoi peccati. Alla morte di Guido da Montefeltro, che in tarda età era entrato nell’Ordine dei frati minori, un diavolo riuscì a strappare dalle mani di san Francesco d’Assisi l’anima di Guido, per portarla, anziché in Paradiso, all’Inferno, appunto, tra i consiglieri fraudolenti, dove Dante lo incontra, dimostrando, in tal modo, che non si può essere assolti se no c’è stato autentico pentimento («ch’assolver non si può chi non si pente», If. XXVII, 118). La seconda ambientazione dantesca, nella scena del sogno/incubo di Michilino, rinvia al canto quinto del Purgatorio dantesco, al canto di Buonconte da Montefeltro, figlio di Guido da Montefeltro, che, nel 1287, fu tra i responsabili della cacciata dei guelfi da Arezzo. Buonconte morì nel 1289, a Campaldino, durante la cruenta battaglia tra aretini e fiorentini (alla quale aveva preso parte lo stesso Dante). Dante incontra Buonconte nel secondo balzo dell’Anti-Purgatorio, tra i morti di morte violenta, che si sono, però, pentiti all’ultimo istante di vita. L’intero episodio si legge ai versi 88-129, del canto quinto del Purgatorio; ma i versi che, qui, interessano sono dal 104, al 108:

l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: «O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ‘l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo»

l’angelo di Dio prese [la mia anima], e il diavolo
gridava: «O tu, [spirito] del cielo, perché mi privi [dell’anima di un peccatore]?

 Tu porti via con te l’anima di costui
solo per una lacrima [di pentimento] che me la sottrae;
ma io farò del corpo un ben diverso trattamento»

La situazione dello scontro, tra un angelo e un demonio, per accaparrarsi l’anima del defunto, è, in questa scena purgatoriale, rovesciata, rispetto a quella di Inferno XXVII, dove, appunto, il diavolazzo era riuscito a sottrarre l’anima di Guido da Montefeltro, padre di Buonconte, a san Francesco d’Assisi, perché Guido non si era pentito, ma aveva solo ricevuto l’assoluzione da parte di papa Bonifacio VIII. Nel caso di Buonconte, invece, è l’angelo di Dio che vince, portando l’anima di Buonconte in Purgatorio, dunque, salvandolo dal fuoco eterno dell’Inferno. Dante, con questa scenetta rovesciata, tra padre e figlio, vuol sottolineare che qui, nel caso di Buonconte, è bastata una lacrimuccia (di pentimento) per salvarsi; nel caso di Guido da Montefeltro, invece, non era stata sufficiente l’assoluzione di un papa, per salvare quell’anima, che non si era pentito affatto. Ci si salva, dunque, attraverso il pentimento sincero, non già per mezzo di una assoluzione. Questo è il messaggio di Dante. Nel caso di Camilleri, per le pagine tratte da La presa di Macallè, lo scontro avviene tra un diavolazzo (che ha il volto, le fattezze, di Alfio Maraventano, suo rivale), e Gesù stesso, i quali si contendono l’anima di Michilino, con la vittoria del diavolazzo, con Michilino, quindi, che precipita inesorabilmente all’Inferno.

La terza scena dantesca, evocata da Camilleri nel racconto dell’incubo notturno di Michilino, rinvia al canto XXVIII dell’Inferno, il canto dei seminatori di discordie, con i diavoli che bucano la pancia ai dannati, lasciando che l’intestino di ciascuno di loro fuoriesca, per finire per terra, appunto, come vermi che si attorcigliano (turciunandosi), esattamente come accade a Michilino, che a un certo punto dell’incubo vide «la panza raprirsi e le so intragnisi, le so ‘ntiriora principiarono a nesciri fora attraverso i pirtusa fatti dal forconi, turciuniandosi che parivano interminabili vermi». Questa nona bolgia del canto ottavo dell’Inferno di Dante è una delle bolge più insanguinate e maleodoranti di tutto l’Inferno, con una moltitudine di corpi straziati, arti amputati e così via, ammucchiati alla rinfusa, qua e là. La descrizione che Dante ne fornisce è cruda:

com’io vidi un […],
rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ‘l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
[If. XXVIII, 23-27]

come vidi io uno […],
spaccato dal mento fin dove si scorreggia [trulla].

 Tra le gambe gli pendevano le budella [minugia];
si vedevano le interiora e lo stomaco lurido [tristo],
che trasforma in merda quel che si trangugia.

Non a caso, anche nell’ultima sequenza narrativa dell’episodio di Michilino ciò che caratterizza la pagina di camilleri è la sottolineatura della puzza di merda, che, esattamente come nella nona bolgia, ammorba l’aria: ‘a mamà, infatti, sente, appena si avvicina al figlio, per dargli un po’ d’acqua da bere, che tutto intorno c’è fetore, e Michilino, pur virgognoso, risponde senza giri di parole: «Penso che mi cacai addosso».

«La commedia dei diavoli», con riferimento proprio al canto XXI dell’Inferno, è il titolo di una lectura dantis di Luigi Pirandello, tenuta a Firenze il 3 febbraio del 1916, in Orsanmichele, poi pubblicata sulla «Rivista d’Italia» nel settembre del 1918, che insiste sul grottesco dei canti danteschi delle «Malebolge», distinguendo, per la comicità dantesca, tra una parte «di fuori», e una parte che sta «sotto a questa rappresentazione». In altri termini, tra un «avvertimento» del contrario, e un «sentimento» del contrario, in quanto paradigma interpretativo dell’umorismo di questa zona dell’Inferno dantesco. Per Luigi Pirandello, cioè, proprio a partire dal canto XXI dell’Inferno, è legittimo ipotizzare la nascita di un «nuovo sentimento», andando oltre la lettura che del comico dantesco aveva fornito il critico Francesco De Sanctis:

«Io confesso che non so vedere tutto questo comico che altri vede in Malebolge. Il comico non è nella materia, è dell’animo del poeta, cioè nel modo come questa materia s’atteggia innanzi a lui e nel modo come il poeta a sua volta s’atteggia innanzi alla materia. Ora, che questi due atteggiamenti in genere, per tutto Malebolge siano comici io non mi sento proprio d’affermare […].

Dunque? Non bisogna confondere il sarcasmo, l’ironia, lo scherno, col comico, che, se talvolta comica appare esteriormente la frase, non ne è mai comico il sapore, perché non è mai comica l’intenzione del poeta; e perciò non fa ridere. La frase comica sarà messa lì per ottenere un effetto di più cruda ripugnanza».

Per giungere a sostenere che la rappresentazione dantesca di Malebolge è da vedere come una buffa rappresentazione popolare di diavoli (quelli delle sacre rappresentazioni medievali, carnevalesche), che appaiono «gabbatori, gabbati, sconci, crudeli, mostruosi», fino a farsi espressione di un comico così grottesco da essere «nell’intimo e segreto sentimento del poeta, più che mai [rappresentazione] drammatica e dolorosa». Il canto XXI dell’Inferno, dunque, nella lettura di Luigi Pirandello, come canto discrimine, per comprendere la vera portata umoristica del comico dantesco di Malebolge, tenendo a mente che, in questi canti, oltre alla «commedia dei diavoli», va anche in scena la «tragedia di Dante», dal momento che, in vita, Dante Alighieri fu ingiustamente accusato e condannato proprio di baratteria, come i dannati di questa bolgia.

Ritengo che al fondo delle pagine dantesche di questo romanzo di Camilleri, La presa di Macallè, con la grottesca riproposizione di alcuni episodi di Malebolge, in modo particolare, lo scontro tra angeli e demoni, per la contesa di un’anima, stia proprio quel Luigi Pirandello dantista, tanto amato, letto, ma tenuto a distanza per molti anni, da parte di Camilleri. Eppure, nel mese di maggio del 1935, il ragazzino Andrea (Nenè) Camilleri, di soli dieci anni, aveva conosciuto di persona Luigi Pirandello, primo cugino di sua nonna paterna, in una visita improvvisata, che, il già premio Nobel, fece a sua cugina, appunto. Camilleri ha raccontato in modo divertito e gustoso in alcune interviste questo episodio della prima e unica volta che incontrò Luigi pirandello, per poi decidersi, decenni e decenni dopo, a scrivere una biografia romanzata di Pirandello, Biografia del figlio cambiato, pubblicata nel 2000.

trifone.gargano@uniba.it

 

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.