In primo piano · Interventi

La Puglia incantata di Pier Paolo Pasolini

La notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975, presso l’Idroscalo di Ostia, Pier Paolo Pasolini venne ammazzato. L’Italia perdeva il poeta, lo scrittore, il regista, il drammaturgo, ma, soprattutto, perdeva l’intellettuale “a schiena dritta”, coscienza critica e civica del Paese.

Il suo rapporto con Bari (e con la Puglia) fu costante, sin dai primissimi anni Cinquanta, sin da quando cioè non era ancora il Pasolini che, poi, a partire dalla pubblicazione di Ragazzi di vita (1954, con Garzanti), e di tutte le polemiche e gli strascichi giudiziari che ne seguirono (e che lo accompagnarono fino alla morte), tutti avrebbero conosciuto, amato e odiato. Nell’estate del 1951, per un modestissimo compenso, accettò di realizzare un reportage giornalistico lungo le coste del Meridione d’Italia, in un viaggio che lo avrebbe condotto dal Tirreno all’Adriatico, fino a Bari. Il racconto pugliese di quel viaggio comparve in due articoli (entrambi firmati con pseudonimi): il primo, su «Il Quotidiano», il 18 marzo del 1951, «I nitidi trulli di Alberobello»; il secondo, su «Il Popolo di Roma», l’8 agosto 1951, «Le due Bari». Pasolini non si limitò a redigere semplici reportage, ma prese appunti, annotò ambientazioni (sulla carta e nella testa), scivolò nel racconto, e progettò libri futuri, come Le Puglie per il viaggiatore incantato, o La lunga strada di sabbia (rimasti entrambi in forma di frammenti narrativi). Fu incantato da Massafra, per la gravina e per il centro storico medievale (e se ne sarebbe ricordato anni dopo, al tempo de Il vangelo secondo Matteo, per allestire proprio a Massafra il set delle scene della via crucis). Fu colpito anche da Ostuni, da Otranto («le città del silenzio del Sud»); da Monte sant’Angelo, quasi a tracciare, in questi suoi reportage, un itinerario delle cattedrali pugliesi, dei loro splendidi rosoni, visti come incantevoli ricami litici. Di Bari, Pasolini scrisse che era «il modello marino di tutte le città […], con la cattedrale, di suprema bellezza, sul mare, e, sotto, i neri, biondi malandrini nudi tra gli scogli». Giunto in città, nell’estate del 1951, sconosciuto a tutti, restò affascinato dal bianco del borgo antico, dal lungomare cittadino, e dal carattere dei baresi («gente seria, sicura e salubre»), immaginando che ci volesse l’abilità di uno scrittore come Kafka per descrivere il fervore di quelle che lui chiamò le “due Bari”, quella vecchia, e quella mercantile, utilizzando un’espressione poi divenuta celeberrima (e riutilizzata, fino ad oggi, dagli amministratori locali). Quella volta, Pasolini giunse a Bari in treno, di sera, in tarda ora. Lasciata la stazione, non disponendo di mezzi per prendere un taxi, s’incamminò lungo quel corso che, solo qui a Bari, sottolineò più volte Pasolini nel suo articolo, chiamano «Càvur» (prendendo affettuosamente in giro i baresi, per quella loro particolare storpiatura dell’accento, nella pronuncia del cognome “Cavour”). Ai suoi occhi, Bari, con la luce del mattino, manifestava una particolare freschezza: «Alzato il sipario del buio, la città compare in tutta la sua felicità adriatica. Senti il mare, il mare, in fondo agli incroci perpendicolari delle strade […]».

Un posto a sé spetta alla città di Taranto, nella quale Pasolini, proprio in quel 1951, giunse perché partecipò, come giovane scrittore, al «Premio Taranto», che era diretto da Giuseppe Ungaretti, inviando il racconto Terracina. Il «Premio Taranto» prevedeva, per il vincitore, l’assegnazione di ben 500 mila lire, che per il 1951 era una cifra favolosa, di tutto rispetto (se si considera che Pasolini, a Ciampino, nella scuola media parificata dove svolgeva l’attività di professore di Lettere, percepiva uno stipendiuccio di 20 mila lire al mese, o poco più). Aggiudicarsi il primo posto, quindi, e intascare quella cifra, avrebbe significato lasciare l’insegnamento a Ciampino, e dedicarsi con maggiore costanza al cinema (per le sceneggiature, e per tutte quelle prime esperienze che già cominciava a svolgere). Non vinse. Giunse secondo, dietro Carlo Emilio Gadda, rinviando di qualche anno i suoi progetti di vita. La Puglia fu set privilegiato nel 1964, per Il vangelo secondo Matteo, che non fu girato solo in Basilicata, tra Matera e Barile, ma anche in Puglia: nel cortile del castello di Gioia del colle, per esempio, Pasolini girò la scena della danza di Salomè; a Santeramo in colle, invece, furono girate, rispettivamente, la scena dell’annunciazione, quella del discorso delle beatitudini, e la scena dell’avvicinamento a Gerusalemme; a Castel del Monte fu realizzato il set per la scena del Tempio di Gerusalemme, con la relativa cacciata dei mercanti dal Tempio. A Massafra, come ho già scritto, la via crucis. Dunque, una terra incantata, che Pasolini aveva scoperto sin dai primissimi anni Cinquanta, per quella sua attività di giornalista di costume.

La sera del primo novembre del 1975, dunque, Pasolini cenò presso la trattoria “Pommidoro”, gestita dall’oste Aldo Bravi, nel quartiere popolare san Lorenzo, a Roma. Quasi prevedendo che qualcosa di tragico stesse per accadergli, pagò la cena e saldò pure alcuni arretrati che aveva con l’oste, firmandogli un assegno di undicimila lire. La mattina dopo, quando apprese dell’assassinio di Paolini, Aldo Bravi decise di non incassare mai quell’assegno, e di conservarlo, come una reliquia, in memoria della loro amicizia. Ancora oggi, infatti, l’assegno è esposto nella trattoria “Pommidoro” (gestita dai figli di Aldo Bravi). Pochi giorni prima di essere ammazzato, a fine ottobre, Pasolini era stato nuovamente in Puglia, a Lecce, presso il liceo classico «G. Palmieri», per partecipare a un convegno sulla tutela del dialetto, e sul suo utilizzo in ambito scolastico. Durante i lavori di quel convegno, Pasolini fu aspramente contestato, perché, con il suo solito garbo, ma anche con la sua sconcertante fermezza, ribadì la proposta di “sospendere” la scuola media unica, in quanto responsabile, con la televisione, del genocidio culturale in atto nel nostro Paese. In quelle settimane, Pasolini polemizzava con Moravia (e con altri), attraverso le colonne dei giornali e dei settimanali con i quali collaborava, proprio su questa sua analisi spietata della situazione di degrado morale e civile della nostra nazione, e della natura della violenza criminale, che, a suo giudizio, non fosse più da attribuire soltanto ai “neo-fascisti” (ai pariolini, ai giovani borghesi privilegiati e corrotti), ma anche ai “ragazzi di vita”, ai sottoproletari. Così, infatti, scriveva il 18 ottobre 1975 sul «Corriere della sera», in un articolo intitolato «Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia»:

…i criminali non sono affatto solo i neofascisti, ma sono anche, allo stesso modo e con la stessa coscienza, i proletari o i sottoproletari […].

…l’universo popolare romano è un universo «odioso». Lo dico con scandalo dei benpensanti; e soprattutto con scandalo dei benpensanti che non credono di esserlo. E ne ho indicato le ragioni (perdita da parte dei giovani del popolo dei propri valori morali, cioè della propria cultura particolaristica, coi suoi schemi di comportamento eccetera) […]. Infatti i giovani proletari e sottoproletari romani appartengono ormai totalmente all’universo piccolo borghese: il modello piccolo borghese è stato loro definitivamente imposto, una volta per sempre. E i loro modelli concreti sono proprio quei piccoli borghesi idioti e feroci che essi, ai bei tempi, hanno tanto e così spiritosamente disprezzato come ridicole nullità […]. La mia esperienza privata, quotidiana, esistenziale – che oppongo ancora una volta all’offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose – m’insegna che non c’è più alcuna differenza vera nell’atteggiamento verso il reale e nel conseguente comportamento tra i borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate […].

Quali sono le mie due modeste proposte per eliminare la criminalità? Sono due proposte swiftiane:

1) Abolire immediatamente la scuola media d’obbligo

2) Abolire immediatamente la televisione.

[…]

La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche […].

Per poi aggiungere, in data 29 ottobre 1975, sempre sul «Corriere della sera», nell’articolo intitolato «Le mie proposte su scuola e Tv», le seguenti riflessioni:

Anche Moravia mi onora delle sue illazioni. Sono illazioni di uomo intelligente, si sa; ma si sa anche che egli prova il «piacere del testo» solo a patto, come ogni autore del resto, di romanzarlo […].

Nel mio articolo con cui Moravia polemizza, l’avevo scritto ben chiaro: la «massa» dei giovani ignora il tradizionale conflitto interiore tra bene e male; la sua scelta è l’impietrimento, la fine della pietà; e ciò quasi per partito preso, aprioristicamente: sia che si tratti di delinquenti, sia che si tratti di bravi ragazzi infelici […]. Ma non pretendo che Moravia si interessi di ciò che sono in concreto i giovani d’oggi. Perché dovrebbe interessarsene? Egli non guarda le cose stando in mezzo, ma da lontano […].

La classe dominante, il cui nuovo modo di produzione ha creato una nuova forma di potere e quindi una nuova forma di cultura, ha proceduto in questi anni in Italia al più completo e totale genocidio di culture particolaristiche (popolari) che la storia italiana ricordi. I giovani sottoproletari romani hanno perduto (devo ripeterlo per l’ennesima volta?) la loro «cultura», cioè il loro modo di essere, di comportarsi, di parlare, di giudicare la realtà: a loro è stato fornito un modello di vita borghese (consumistico): essi sono stati cioè, classicamente, distrutti e borghesizzati. La loro connotazione classista è dunque ora puramente economica e non più anche culturale. La cultura delle classi subalterne non esiste (quasi) più: esiste soltanto l’economia delle classi subalterne. E ho ripetute già un’infinità di volte […] che l’atroce infelicità o aggressività criminale dei giovani proletari e sottoproletari deriva appunto dallo scompenso tra cultura e condizione economica: dall’impossibilità di realizzare (se non mimeticamente) modelli culturali borghesi a causa della persistente povertà mascherata da un illusorio miglioramento del tenore di vita.

Passiamo ora alla scuola d’obbligo e alla televisione. Intanto va detto che le mie «due modeste proposte» di abolizione intendevano chiaramente riferirsi a una abolizione provvisoria. Dicevo, per la precisione: «in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo – ed è questo il nodo della questione» […].

Soltanto ieri, improvvisando a un dibattito con degli insegnanti – in un seminario tenuto a Lecce – delineavo quella che secondo me dovrebbe essere la scuola d’obbligo: […] aggiungevo, come materia di tale nuova scuola d’obbligo, la scuola guida, con annesso galateo stradale, problemi burocratici di ogni tipo, elementi di urbanistica, ecologia, igiene, sesso, ecc. E soprattutto, aggiungerei, molte letture, molte libere letture liberamente commentate […].

La partecipazione, quindi, al convegno di Lecce fu una delle sue ultime apparizioni pubbliche, e fu l’occasione per difendere ancora una volta la sua idea di «dialetto», in quanto strumento espressivo, ma anche strumento capace di veicolare una visione ideologica del mondo e della vita alternativa a quella borghese (e dominante). Anche in tale circostanza, l’intervento di Pasolini fu contestato, e non raccolse molti consensi, specie da parte degli insegnanti presenti.

Adesso, spenti i riflettori intorno alla sua persona, per il cinquantennale della morte, con le celebrazioni che si sono svolte un po’ dappertutto (e non soltanto in Italia), resta un dato incontrovertibile e amaro, e cioè che l’opera di Pier Paolo Pasolini, nel canone delle letture scolastiche, è quasi del tutto assente. La sua opera non viene antologizzata, come meriterebbe, e quando avviene, tale presenza si limita a piccoli testi (quasi sempre poetici), ben anestetizzati. Il suo nome è, ancora oggi, pietra di scandalo, da pronunciare a bassa voce. Se solo pensassimo che in tutta Italia soltanto tre scuole sono intitolate a Pier Paolo Pasolini, avremmo la conferma di tutto ciò, di quanta ipocrisia circoli ancora nel nostro Paese. Solo tre. In quella stessa Italia che nelle settimane scorse si è affrettata a celebrarlo, organizzando mostre, convegni, seminari, proiezioni, reading, e tanto altro, ebbene, soltanto tre scuole sono a lui intitolate. In Puglia, tanto per fare un esempio, nemmeno una è intitolata a Pier Paolo Pasolini. È stato, dunque, celebrato, a tutte le latitudini, ma anche prestamente archiviato. Invece, occorrerebbe portarlo nelle aule scolastiche, per davvero; occorrerebbe rivedere una buona volta questi benedetti ordinamenti, con i relativi curricula, le «indicazioni», che, invece, lo escludono. E non è solo il caso di Pasolini, ovviamente (e purtroppo). Nell’anno terminale di una classe liceale, infatti, non trovano posto, oltre a Pasolini, autori come Calvino, Fenoglio, Moravia, Morante, Sciascia, e tanti altri. Le così dette «indicazioni» ministeriali, a dispetto di tutto, autonomia del curricolo compreso, restano schiacciate sull’Ottocento (e sul primo Novecento), non consentendo, se non in rarissimi casi, e con salti mortali, da parte di volenterosi docenti, di leggere i testi di questi autori. Paradossalmente, costoro trovano posto nelle antologie della secondaria di primo grado (la vecchia scuola d’obbligo, tanto per utilizzare il lessico pasoliniano), organizzate come sono per percorsi tematici, ma non nelle antologie della secondaria di secondo grado, annesse alle storie letterarie. Il secondo Novecento, di fatto, resta fuori dalle aule scolastiche.

Oggi, l’intellettuale corsaro, come è stato con coraggio e lucidità Pier Paolo Pasolini, manca alla società italiana. Né uno scrittore come Roberto Saviano può sostituirlo, perché Pasolini non è mai tranquillizzante. Chi legge Saviano, infatti, si sente dalla parte giusta, dalla parte dei “buoni”, perché vede che il “male” è dall’altro lato, tra i camorristi. La divisione manichea tra buoni e cattivi, che emerge dalle pagine dei libri di Roberto Saviano, finisce per tranquillizzare chi legge. Le pagine di Pasolini invece sono angoscianti, perché il “male”, secondo Pasolini, è intorno a noi, non sta dall’altra parte. Spesso, il male è in noi stessi. Questa è la vera sfida che pone, ancora oggi, la lettura dell’opera di Pier Paolo Pasolini, rendendolo, nonostante tutte le celebrazioni, un autore scomodo, disturbante e distanziato. Da celebrare e da dimenticare. Da non portare in classe.

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.