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Lingua italiana, due padri (e un “padrino”): Dante, Petrarca e Manzoni

In un intervento apparso il 19 luglio del 1974 su «Il Messaggero», Pier Paolo Pasolini, per celebrare il sesto centenario della morte di Francesco Petrarca (19 luglio 1374), rifletteva sulla lingua italiana. Partiva da considerazioni più generali, sulla “modernità” di Petrarca, sul suo essere narcisista (proprio «in senso clinico», precisava); sulla sua straordinaria «capacità di rimuovere tutto ciò che può distrarlo dalla sua eterna auto-commiserazione felice»; sulla sua «ossessione schizoide»; e, soprattutto, sulla «sua inibizione verso l’altro sesso, per cui ogni scusa è buona per non avere dei “pensieri bassi”»:

«Laura non esiste, non è né angelicata né niente. È semplicemente irreale. È, per quel che Petrarca ne dice, una “prima della classe” che vanifica se stessa e il proprio tedio per lasciare tutto il posto a lui, al narciso: protagonista, sia pur eternamente contrito, del falso rapporto a due. Egli ha fatto di tutto […] perché il sesso di Laura non esistesse. Ha fatto di tutto per creare difficoltà pratiche al loro rapporto (sessuale). Finalmente è riuscito a farla morire, “rimovendola” addirittura in Cielo. Sul rapporto sessuale, sfumato, oggettivamente, per causa di forza maggiore, il suo narcisismo masochistico si scatena»

Seguono considerazioni sulla lingua di Petrarca, sulla sua «illeggibilità»:

«Il Petrarca è praticamente “illeggibile”. Paradossalmente le sue cose più leggibili sono le Egloghe in latino. Qui il pastiche è finalmente abbastanza interessante. Egli rifà Virgilio in modo assurdo. Per esempio, Virgilio stesso vi appare sotto le vesti di un pastorello, l’amore verso il quale – da parte di un pastore che adombra Petrarca – è contrastato dall’amore per un altro pastorello che, a sua volta, adombra Davide (la poesia profana e la poesia sacra). L’amore omosessuale virgiliano è dunque riorganizzato in funzione puramente letteraria. Cosa ci sia sotto questa nuova “rimozione” non lo so. Certo è che Petrarca è decisamente terroristico nella sua eterosessualità: che è divenuta per tutti i secoli futuri l’istituzione dell’eterosessualità».

Adottando, subito dopo, nell’articolo del 1974, gli strumenti interpretativi dello strutturalismo e della stilcritica, Pasolini afferma che quella di Petrarca è «la poesia più metalinguistica di ogni letteratura […]. Essa non è che un pensiero messo in pratica su ciò che è la poesia». Riprendendo riflessioni e intuizioni che erano state di Gianfranco Contini, sul «monolinguismo» petrarchista (in opposizione al «plurilinguismo» dantesco), Pasolini fa notare che il petrarchismo, che «ha informato di sé tutta la successiva letteratura italiana per secoli, è in pratica il monolinguismo in cui esso consiste; e che si contrappone al plurilinguismo dantesco».

Per arrivare, quindi, alla questione dei «due padri» della lingua italiana. Da un lato, la lingua pulita e selezionatissima (anche nei “temi”) di Francesco Petrarca, che è «lingua esclusivamente letteraria», formata da «poche e scelte parole di un “gergo per poesia”»; dall’altro, Dante Alighieri, che, invece, ha «adoperato tutte le parole possibili di una lingua comunale – diversa per ogni strato sociale e buona per gli usi più diversi: famigliari, commerciali, burocratici, letterari, teologici, politici. Una lingua orale e scritta».

Idealismo petrarchista, dunque, e realismo dantesco. Nella parte finale dell’articolo, però, Pasolini mette la sua zampata fulminante, rovesciando il paradigma idealismo/realismo da lui stesso appena enunciato: Petrarca ha vinto, e Dante ha perso (Petrarca realista e Dante idealista). Sono loro i due “padri” della lingua italiana, così come la successiva tradizione li ha riconosciuti (e li riconosce ancora), ma, l’uno, Petrarca, ha vinto, con la sua lingua pulita e selezionata; l’altro, Dante, ha perso:

«Petrarca – ecco il punto! – ha realisticamente indovinato quale sarebbe stato il futuro dell’italiano; mentre Dante si è illuso: è rimasto il “padre” di una lingua totale non nata. Per tutti i secoli futuri (escluso l’ultimo) l’italiano sarebbe stato quello di Petrarca: cioè una lingua scritta ed esclusivamente letteraria. Cosa che ha implicato la sconfitta storica della lingua dantesca. Il petrarchismo consiste sostanzialmente in questo».

Petrarca «padre della letteratura italiana», fondatore, nel contempo, dei «codici artigiani» dello stile. In altre parole, conclude Pasolini, Petrarca è da considerare come il fondatore della «categoria del bello». Il ragionamento di Pasolini si sostanzia anche con un esempio industriale molto concreto, attingendo al mondo dell’industria automobilistica italiana: Dante è Fiat, e Petrarca è Alfa:

«Tra Alfa e Fiat si può disputare tecnicamente, all’infinito, ma senza dimenticare mai affatto la categoria del bello, cui hanno attinto i disegnatori delle concorrenti autovetture. Il petrarchismo non è solo linguistico. Esso si pone – assai più ampiamente – come necessario bisogno di “elezione” formale nella vita umana».

In questo passaggio, quasi certamente, Pasolini echeggia Gramsci, l’Antonio Gramsci linguista che scriveva, nei suoi Quaderni, quanto la «quistione della lingua», in Italia, lungo tutti i secoli nei quali si era posta, in realtà, avesse rinviato a ben altro, che non strettamente soltanto allo strumento espressivo, ma all’intero corpo sociale.

Su tutto questo ragionamento, intorno alla lingua italiana e ai suoi due padri, intorno al paradigma del «monolinguismo» e del «plurilinguismo» della lingua (e della letteratura) italiana, si abbatté, nella seconda metà del XIX secolo, con tutta la forza (e con tutta la furia) del Potere politico il “padrino” Alessandro Manzoni, che, in combutta con l’allora ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, Emilio Broglio, impose una sterzata conclusiva (e tombale) alla plurisecolare discussione sulla questione della lingua, dando la “sua” soluzione. Due padri, dunque, Dante e Petrarca, e un “padrino”, Alessandro Manzoni. Alla riflessione linguistica Manzoni dedicò moltissimi anni, specie dopo l’esaurimento della fase creativa, accumulando una massa sterminata di appunti, di note e di abbozzi di opere di linguistica. Il nucleo centrale del suo pensiero linguistico è contenuto nella lettera Sulla lingua italiana, che nel 1847 indirizzò a Giacinto Carena, autore di un Prontuario di vocaboli attinti dall’uso vivo del toscano. Da ricordare, inoltre, la sua relazione Dell’unità della lingua italiana e dei mezzi per diffonderla, scritta nel 1868, in qualità di presidente di una commissione ministeriale, istituita proprio per lo studio della «buona lingua e della buona pronunzia», oltre che per l’individuazione dei mezzi per diffonderla. Manzoni, tra le altre cose, suggerì di metter mano a un nuovo vocabolario, che, a differenza di quello della Crusca, registrasse le parole effettivamente usate (il Novo Vocabolario della lingua italiana, a cura di Giovan Battista Giorgini, genero di Manzoni e terzo componente della Commissione ministeriale istituita per lo studio della «buona lingua»,  e di Emilio Broglio, lo stesso Emilio Broglio ministro che aveva istituito la Commissione e suo secondo componente, e che aveva messo Manzoni a presiederla). Manzoni, inoltre, assegnava un ruolo strategico alla scuola elementare, per la formazione di quell’unità linguistica nazionale tutta da costruire, suggerendo di formare una nuova classe di insegnanti, fiorentini di nascita, o di stretta formazione all’uso del linguaggio fiorentino, che fosse in grado di diffondere in tutta Italia la nuova norma linguistica (e che fosse anche capace di contrastare e di censurare energicamente l’uso del dialetto). Le idee di Manzoni, in fatto di lingua, iniziarono, subito, a dare i loro frutti anche nella grammaticografia. Basterà citare alcuni esempi, tra i più noti, come la Grammatica della lingua italiana (1887) di Policarpo Petrocchi, autore, fra l’altro, di uno dei primi dizionarii della lingua italiana del post-Unità (Nuovo dizionario universale della lingua italiana), stampato a dispense tra il 1884 e il 1890, diffusissimo fino alla metà del ’900. Petrocchi portò alle estreme conseguenze le teorie manzoniane, talvolta anche stravolgendole. Va ricordata anche la Grammatica italiana (1894) curata da Luigi Morandi e da Giulio Cappuccini, che ebbe larga diffusione nelle scuole.

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.