«La civiltà delle macchine produce in serie anche la solitudine dell’uomo». Così Sándor Márai ammoniva, quasi presagendo il destino dell’umanità che Nerio Vespertin restituisce in M.U.S.A. (Selvatiche Edizioni – Seed 2025). Una poesia nuova, esigente, che mette a nudo un’anima sognante. Se Márai scriveva nella penombra del Novecento, Vespertin accende una luce pervicace sul presente, quella luce al neon dell’officina, che screzia la sera di fumo e stanchezza e rivela senza pietà la condizione di ingranaggi pensanti. «Ogni poeta», diceva Márai, «è un mistico, altrimenti non è poeta ma fabbricante di versi». Vespertin è una sorta di mistico della quotidianità ferita, visionario del reale, testimone di apocalissi già rivelate in altri componimenti che, a una prima lettura, si stentano a riconoscere. Non togliere il velo dello sfacelo ma nella tragedia immergere il proprio lettore è il compito del poeta. Una ricerca che trova l’estasi nella vertigine della ridondanza e scende nel profondo, nell’infernale meccanismo che divora, in un roboante e futuristico verseggiare.
Nella prima sezione, «Meccanica», titoli in codice binario scandiscono l’esistenza di Andrea, operaio nell’area industriale di Granarolo. Nella sequenza infinita dell’artificio dei dispositivi tecnici, Vespertin escogita un espediente linguistico: trasforma il linguaggio macchina in canto dolente. Prendiamo sequenza_lavorativa_00010 a pagina 16: «Lungo la fila era la pazienza. / Il collare della catena di montaggio sconfinava / nel tempo della cena». Quel collare non è metafora ma diagnosi clinica della nostra epoca. La catena non si limita a contenere ma si espande, colonizza e fagocita persino l’intimità del pasto serale. Continua l’indagine del moto, dell’equilibrio e delle forze della macchina che diventa scienza fisica. Ci stringeva la fame padrona / la domanda e l’offerta della miseria. / Compagna stanchezza / di neon e di fumo screziava la sera. / L’officina bianca / il sudore e la bava. / Ma lungo la fila la gente era serena. Nell’ultimo verso esplode l’inatteso: «Bagliori nuovi, la vita resisteva». Ecco il paradosso che Vespertin coglie con precisione chirurgica: nella penombra della fabbrica, dove ogni gesto è programmato, l’anima trova lo spiraglio per sopravvivere. Un’anima che non è trionfante né redenta ma semplicemente ostinata, puro germoglio tra le crepe del cemento.
La seconda sezione «Umana» ci trasporta a Milano, nel quartiere Lambrate, nell’autunno del 2010. Marco e i suoi colleghi sono il proletariato cognitivo del nuovo millennio, «brillanti capaci promettenti» ridotti a «casual smart»; un immagine che Vespertin sceglie come titolo della poesia a pagina 48 per fotografare un’intera generazione in esilio volontario nella metropoli. «Bellissimi spigliati proactive / sorridenti precari / al bianco fosforo». Il fosforo brucia a contatto con l’ossigeno, e devasta, perché non può essere spento. Questa la condizione di chi fugge «dalla gabbia provinciale, dalla casa del padre / da altri più urgenti, meno confessabili dolori» («Job Trip», p. 42) solo per scoprire che l’esilio metropolitano è altra gabbia, più sofisticata, più sottile. In «Metro verde, fermata Lambrate» troviamo la chiave: «La certezza che qualunque futuro / sarebbe stato solo temporaneo». Vespertin coglie l’essenza della precarietà non come condizione economica ma come stato ontologico, cifra esistenziale di chi non può più progettare perché vive in un presente sospeso, in un limbo fluorescente. «Solo nella penombra è possibile vivere – vivere, cioè progettare e poi agire», scriveva Márai. Vespertin rileva che la penombra è stata abolita; si vive nella luce perpetua degli schermi, nell’illuminazione costante di un open space, dove non c’è più rifugio per l’interiorità.
La terza sezione «Sintetica» è un colpo di genio strutturale ed elicitazione della frammentazione dell’io. File digitali rinvenuti in una stanza d’hotel a Torino diventano archeologia del presente, reperti di un’esistenza sconosciuta eppure universale. In MyDailyNOTE.csv a pagina 62, Vespertin scrive: «Meticoloso notifico, procedo. / Rispetto la tabella di marcia / barro elementi dall’elenco / come punti di sutura». L’elenco, quella forma testuale che promette controllo, ordine, padronanza del caos, si scopre sutura di ferite che continuano a sanguinare. Il gesto apparentemente neutro del barrare diventa atto disperato di tenere insieme i frammenti di un sé che si dissolve. E nell’ultimo verso, «E mentre scrivo / la mano trema», il tremore tradisce ciò che il codice vorrebbe nascondere; ovvero, espone ciò che siamo: carne dolente mascherata da efficienza algoritmica.
In ElisaF—25122011-0748.msg (pp. 69-70) Vespertin raggiunge vertici di straziante bellezza. La trascrizione di una chat, forma comunicativa asettica e disumanizzante, diventa elegia dell’incomunicabilità fra un interlocutore designato come Me e uno designato come ElisaF. Due isole separate dall’impossibilità di attraversare il linguaggio stesso, ridotto a scambio di segni vuoti.
Dopo la lotta della luce
alle finestre
siamo buio
e sgocciolio di pioggia.
La notte ci divora.
L’affetto in pezzi,
i morsi della voglia.
La tempesta ci consuma.
L’alba non consola.
Al mattino ci aspetta
un sole spento,
sulle rive dell’abbandono.
Lo stretto
fra le nostre isole
resta mare freddo,
ci osserviamo da lontano
col gelo del riserbo.
È la stagione del non incontro,
il nostro rifugio
è l’abbraccio dell’inverno.
L’ultima sezione «Automatica» scioglie la sintassi nel flusso vorticoso del fiume in cui undici voci anonime, automobilisti intrappolati in un ingorgo, sono sempre in movimento ma con la mente ferma nel traffico, diretti verso una meta, eppure incapaci di raggiungerla. Il fiume come metafora perfetta della condizione umana. Nella terza voce, a pagina 83, leggiamo: «Il mattino presto a lavoro calmo lo schermo pulito / non ricordo il fuoco la fine intravista pulito stanco buco di coscienza / mi lavo le mani parlo qualcosa funzionano facili le intenzioni altri anni / ancora come questi / come granelli di clessidra secondi minuti ore / funzionano da sole le cose semplici le parole le scuse da inventare». Qui Vespertin compie un’operazione audace: rinuncia alla punteggiatura per restituire il respiro affannoso del pensiero che non trova requie. Non può fermarsi perché ciò significherebbe guardare in faccia l’abisso. Lo schermo pulito è amnesia programmata, un reset quotidiano che cancella la coscienza per rendere tutto e tutti funzionali.
Nella undicesima voce, a pagina 91, il libro trova una risoluzione potente. «Il fiume scorre il fiume scorre non c’è fine alle tenebre la bocca s’apre / diventa piena sfonda la lingua la sirena del giorno grida pericolo pericolo / e il fiume è già qui siamo noi». Il fiume, simbolo sempre presente nella poesia, qui diventa epifania collettiva. Non siamo accanto al fiume, non lo stiamo osservando; noi siamo il fiume, la forza oscura e indomabile che nessun argine potrà contenere. Il pronome finale, noi, ribalta l’isolamento di Márai in corale possibilità di rivolta.
ma il fiume scorre nero di notte
livida creatura violenta la calma mormora segreti indicibili nelle vene
della terra
ho detriti sottopelle le lenzuola non aiutano
rigirandosi nel suo letto il fiume scorre con le parole non dette tutte le
paure rimaste zitte le civette non viste trattengono il respiro mentre
i sassi grattano il fondo mentre i sogni attendono di salire gli ultimi
istanti in superficie a passo di lupo di sciacallo l’acqua scura si gonfia
delle colpe
il fiume scorre il fiume scorre non c’è fine alle tenebre la bocca s’apre
diventa piena sfonda la lingua la sirena del giorno grida pericolo pericolo
e il fiume è già qui siamo noi
Vespertin appartiene alla Generazione Y capace di guardare la propria epoca senza compiacimenti né nostalgie. Non c’è nella sua poesia rimpianto per un’età dell’oro perduta, né fuga nell’elegia o nell’idillio ma del realismo visionario, come ricorda Francesca del Moro nella postfazione, la capacità di trasformare il linguaggio tecnico e burocratico dell’azienda in materia poetica incandescente. La lingua di Vespertin, affilata come bisturi, è capace di passare dal registro colloquiale all’altezza lirica senza mai perdere tensione. Le sequenze numeriche binarie, i titoli in inglese aziendalese, i nomi dei file digitali non sono orpelli postmoderni ma strumenti di conoscenza. Attraverso il linguaggio della μηχανή il poeta, sismografo del presente, svela la natura del dominio.
Come ogni poeta, Vespertin sa che la verità si manifesta solo nella penombra, nello spazio liminale dove la coscienza vacilla e il pensiero si fa preghiera laica, invocazione trascendente ma non meno urgente. «Ma mai, nemmeno una volta / che abbia pensato di arrendermi» – così Andrea conclude la prima sezione. Questa ostinazione, la testarda volontà di resilienza, è il nucleo incandescente del libro. Non si tratta di ottimismo ingenuo o di speranza consolatoria, ma della consapevolezza che la scrittura stessa è un atto di resistenza, che nominare l’acronimo significa prenderne le distanze, che il linguaggio poetico, anche quando racconta la dissoluzione dei doppi, afferma la dignità irriducibile dell’umano.
«Resilienza»
Proprio quest’ora incompleta
quest’ora balorda, inerte
io la cerco, non la temo:
decido di non evitare lo sconcerto.
Far partire la ricostituzione
dallo sguardo.
Accettare il colpo per tenere
uniti il disegno e il mondo.
Diventeremo di nuovo
uno
io e me stesso
colando oro
in ogni spazio
vuoto.
In esergo Márai dichiara che «la civiltà delle macchine produce solitudine». A quella solitudine Vespertin aggiunge la necessità di ritrovarsi e riconoscersi nello scorrere comune sotto la superficie di solitudini parallele. M.U.S.A. non è denuncia sociologica ma atto di fratellanza poetica, una mano tesa verso chi si riconosce nelle sue pagine dolenti e luminose. In un’epoca in cui la poesia rischia di chiudersi in autocompiacimento formale o in confessionalismo narcisistico, Meccanica Umana Sintetica Automatica diventa personale necessità etica. Vespertin ricorda che il poeta deve sporcarsi le mani con il presente, discendere nell’inferno quotidiano per testimoniare, e gridare che, sotto la crosta della normalizzazione, resiste qualcosa di selvaggio, di indomito, di irriducibilmente vivo.
Questo libro è il dono di una vita di versi e di scarti continui, dunque preziosi. Leggetelo nella penombra della sera, quando la giornata lavorativo è finita e l’anima può finalmente tremare. Per ricordare che la poesia non è evasione ma conoscenza, non fuga temporanea ma immersione nel cuore oscuro del reale. Per sentire ancora il fiume che scorre dentro di noi, nonostante tutto, contro tutto, verso un mare che vale la pena continuare a cercare.
L'autore

- Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.
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