La scopa del sistema (Einaudi 2008) è il romanzo d’esordio di un giovane David Foster Wallace, che ha letto troppo Wittgenstein e chiede al lettore di sentire la sua energia activa. Inizia a far letteratura con uno schema prefabbricato in cui il tempo è delinquescente e la vita s’insedia in forme prive di terza dimensione. Lenore Beadsman, la protagonista, incarna l’apatia della cultura pop ed è l’immagine di una generazione cresciuta tra Il giovane Holden e l’intrattenimento dell’era di internet[i]. Se Salinger aveva dato voce al disagio adolescenziale, DFW anticipa l’alienazione suburbana post-adolescenziale affetta dal consumismo passivo.
Il romanzo è il costrutto di un overthinking progettato per esaminare una domanda apparentemente semplice: cosa succederebbe se prendessimo terribilmente sul serio le parole? DFW ha appena finito la sua tesi di laurea sulla logica modale e, con l’eleganza formale di chi sa distinguere tra «necessità logica» e «necessità fisica», descrive la paranoia di personaggi che vogliono godere la vita e combattere l’ennui, disorientati tra una sigaretta e un ginger ale e, nel frattempo, s’innamorano. Il risultato è un progetto iperrealistico, dallo «spirito democratico», in cui ogni conversazione diventa un esperimento per svelare la manipolazione e ogni bacio un problema epistemologico.
Rileggendo il romanzo oggi è evidente come fosse già presente nel primo libro la combinazione letale di genio e sregolatezza che l’avrebbe reso famoso. Lenore confonde il vero dal falso sulla base dello «sfondo» che le è stato tramandato. Tutti i suoi parenti «hanno un rapporto strano con le parole» e la tendenza a un certo «livello di pazzia». Tutti alla ricerca della bisnonna, allieva di Wittgenstein, «la grande assente della storia», che si dilegua dopo aver seminato il dubbio con le sue «memorie di una ragazza perbene». È la versione embrionale della crisi familiare che Cormac McCarthy avrebbe radicalizzato nella dilogia Il Passeggero e Stella Maris (Einaudi 2023), con Alice Western che, non riuscendo ad applicare la perfezione logica all’imperfezione esistenziale, si suicida. Lenore vive con l’emozione di un’accurata «equazione logica» ma presto scopre che il sillogismo può essere minato «dall’equivoco del barbagianni». Non sarà che il suo verso inquietante le ricordi «il canto del prigioniero che ha imparato ad amare la sua gabbia» ?! «Merdimonio».
Il profilo di East Corinth dialoga con la figura di Jayne Mansfield[ii], esemplare metafora di «un sistema più grande», la Cleveland[iii] reaganiana, secondo l’intellettuale del Midwest. È nella sua testa che il sistema ha il suo centro; un mondo soddisfacente per gente ragionevole. Una città «aperta», in mezzo al Deserto Incommensurabile dell’Ohio, dove le persone vengono custodite e illuminate, inseguono il sogno di un mondo consacrato all’optimum ma fingono di trovare l’isola felice a Corfù (e dagliela con le isole! cfr. Musil). Tutto è familiare ma decisamente spostato, distinguibile ma innaturale. DFW elabora quella forma di straniamento che sarà investigata dai critici negli anni a venire: prende in esame la società contemporanea «unidimensionale» e la rende sufficientemente aliena da costringere a vedere «il ramo spezzato»[iv], strutturalmente ancora connesso al tronco ma privato della linfa vitale. Qui la tecnica sembra appena abbozzata ma ironia cinismo e sarcasmo hanno già trovato l’equilibrio con la «New Sincerity». È il lavoro di un lepido conversatore, irriverente e sagace, che si serve di arte, filosofia, sociologia e di una «retorica sotto copertura» per denunciare il punto cruciale del sistema, ovvero, le «funzioni» della sua struttura.
Il vero tema del romanzo, celato dietro alcune meditazioni filosofiche («sempre dietro», la chiave del pensiero moderno), è la solitudine di una «anima collettiva»[v]. Entrambi i genitori, docenti universitari di inglese e di filosofia, inculcano al giovane Foster Wallace le regole standard per l’uso corretto della lingua. I personaggi schizzati hanno la doppia ossessione di Foster e di Wallace: la precisione espressiva, di eredità materna, e quella concettuale, di eredità paterna. Lenore, che ha paura di essere «nient’altro che una costruzione linguistica», non usa un linguaggio suo ma la «lingua del padre», svelando «la politica della menzogna» di tutto il sistema. Il redattore incantatore Rick Vigorous, verboso più che vigoroso, è ossessionato a cercare nella literature l’intimità che la natura gli nega. È il prototipo del giornalista assillato dall’espressione performativa per definire e controllare l’amore e persevera con il desiderio di «avere Lenore dentro di sé», imprigionato dalla paura che la vita sia «parole e nient’altro».
La genialità de La scopa del sistema è nell’aver intuito che la crisi della fiction americana è una crisi di fiducia nella possibilità stessa della comunicazione autentica, «più sincera e genuina». Se si è davvero intrappolati nei propri mondi linguistici, come sosteneva Wittgenstein, che senso ha raccontare storie? Questo il nucleo del «trappola postmoderna» che il romanzo esplora. DFW trova già la risposta: la comunicazione è talvolta impossibile ma necessaria. Impossibile, perché strutturalmente isolati dentro le coscienze dei gruppi sociali e politici, e necessaria, perché solo attraverso la comunicazione in una lingua corretta l’esistenza è agita e migliorata. Lenore e le altre figlie di papà si riconoscono nel linguaggio assurdo, intessuto di malintesi e volgarità, in un sistema di valori sociali definito dagli uomini. È una resistenza alla logica della protesta destinata al fallimento ma non disperata, perché il fallimento stesso diventa una forma di connessione, una concatenazione di storie d’amore, e di fantasmi.
L’evoluzione narrativa che porterà DFW all’espressione di Infinite Jest e alle «guerre sull’uso» del linguaggio nel saggio «Tense present: Democracy, English, and the wars over usage»[vi] è già contenuta in questo primo romanzo. L’incarnarsi con una prosa vivace, intervallata dal registro standardizzato e non-standardizzato, non è vezzo formale ma una strategia argomentativa intenzionale per non sottrarre nulla all’attenzione, per dare prestigio alla distinzione. È il superamento di «il mondo è tutto ciò che accade», ovvero, che la realtà è interamente costituita dal linguaggio. Pertanto, prestare attenzione ai dettagli linguistici diventa l’unica forma possibile di partecipazione all’accadere tra diverse regioni e generazioni, con umiltà e cura, non-elitarismo e non-dogmatismo. «La vita dentro di te»[vii], la frase che attraversa il romanzo come un leitmotiv consolatorio o un mantra inquietante, racchiude l’etica e la morale di chi prende troppo sul serio l’imperativo dell’autonomia intellettuale, convinto del vantaggio di un uso corretto dello Standard Written English (SWE), ma anche consapevole che il suo uso contribuisca a mantenere, essenzialmente, un’identità linguistica condivisa. Una condivisione che è anche la causa perseguita dagli WASP (White Anglo-Saxon Protestants), gli stessi che confondono lo SWE con lo Standard White English. Una forma di libertà che si trasforma nella gabbia mentale del pensiero positivo: se si è completamente liberi di determinare il senso della vita attraverso il comportamento linguistico, si è anche fortemente politici di fronte a questa determinazione[viii].
La scopa del sistema è il primo tentativo di risolvere la contraddizione della forma di vita, come essere severi senza essere crudeli, come essere ironici senza essere passivi, come essere innovatori senza diventare mostri della propria intelligenza. Un vero laboratorio narrativo per le idee post-postmoderniste di DFW che indaga le implicazioni del dibattito tra prescrittivismo e descrittivismo attraverso le esperienze dei suoi personaggi. La sua sperimentazione stilistica rappresenta un atto di «resistenza letterario-politica», un rifiuto del cinismo apparentemente «intelligente» postmoderno in favore dell’unica verità possibile, l’invenzione, ossia scrittura, letteratura, pittura, scultura, agricoltura, tutte le ture di questo mondo, per dirla con Cortázar. È il Foster Wallace più creativo e onesto, l’eclettico intellettuale che nasconde la propria percezione dietro la virtuosità stilistica, che confessa il suo engagement e conserva la speranza di rivolgersi al cuore e ai sentimenti, all’intelletto del lettore, affinché possa sentire «le regole del gioco quando si è giocati».
Ciò che colpisce di più è quanto DFW fosse deciso ad affrontare una questione scottante. Sostiene che il suo libro è «una conversazione tra Wittgenstein e Derrida», sicché Lenore Beadsman non è solo una ragazza strana ma anche una fuorilegge del genere nella società illuminata dei PWM (Privileged WASP Males). Lenore conosce la mistica della femminilità ma si rifiuta di essere «l’anello di congiunzione» degli Stonecipher. DFW ne valorizza la postura radicale facendone il suo punto di forza. Sceglie un nome che deriva dal greco eleos, «una creatura compassionevole», «cresciuta nella luce», alludendo all’evoluzione critica filosofica del pensiero liberale, o di uguaglianza, con quello della differenza, che non è prettamente derridiano. Il «problema» della protagonista è un «malessere senza nome», come quello della «capobanda», come si apprende dalle parole del direttore della casa di cura, David Bloemker, esempio lampante di un prescrittivismo rigido e inefficace quando si esprime nel suo stile eccessivamente elaborato e barocco. La signorina giovane e carina non ha ancora coscienza di come sopravvivere in città; il modo più facile per vivere più comoda non è stare distesa,[ix] riducendo sempre più i gesti vitali all’esercizio di una coscienza più attenta a non lasciarsi fuorviare che ad afferrare la verità. Perché la vita e la verità si raggiungono solo quando si esce all’esterno, laddove splende il sole.
DFW continua la sua critica acuta alla contraffazione del culturcentrismo servendosi di Vlad l’Impalatore e del reverendo Sykes. Propone una forma perversa di dialettica conformista, in cui l’osservazione di un «uso» (le parole di Vlad) viene immediatamente cooptata e alterata da un’autorità (Sykes) per scopi di potere e profitto. Il personaggio di Andy Lang (WDL), invece, incarna la stessa prospettiva di DFW attraverso la sua affermazione cruciale «presumo che tutti parliamo in modo diverso con persone diverse». Una dichiarazione esplicita che mira all’efficacia comunicativa con l’adattamento ai diversi «circoli sociali» e alle loro «regole linguistiche». La visione di Wang Dang (un acronimo per W.D. Language?!) estende la prospettiva di Wallace padre sul principio linguistico della diversità dei dialetti usati a seconda dell’ambiente e del contesto. Per DFW la lingua inglese è «differente e viva», non solo un sistema di regole o un oggetto di studio. In un dialogo continuo, i Wallace condividono l’etica pragmatista, ma DFW intuisce che le parole possono persuadere, ingannare o incitare all’azione, e il loro uso è una «questione sociale, politica e democratica di massima importanza».
Nella prefazione a La scopa del sistema Stefano Bartezzaghi dichiara che «in tanti ci si è chiesti quando sarà possibile tornare a leggere le opere di David Foster Wallace senza proiettare all’esterno della scrittura quella raccolta di indizi che la scrittura stessa ci sollecita». Per iniziare, è necessario soffermarsi all’ellissi finale, la sospensione che contiene tutto il romanzo. È il 1987, DFW sfida le convenzioni e sostiene che debbano essere le parole a parlare di sé stesse. Come se avesse previsto, in anticipo di trenta o quarant’anni, lo stallo in «ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere». In un gioco infinito, vita e narrativa finiscono per somigliare a una partita a scacchi. Il campo da gioco è la cultura stessa con le sue regole in continua evoluzione e i pezzi sono le idee, i personaggi e le parole. Come Lenore, una pedina nelle mani di DFW, si scopre che il mondo è una figura, occorre sapere leggerla, imparare ad agire dentro e fuori, come un soggetto voyant, come voleva Rimbaud. La discriminazione inizia proprio dal linguaggio; pertanto, è necessario apprezzare una lingua sempre fluida per parlare di sé, dei corpi e dell’altro spazio, dove soffia il vento cosmico che Rilke sentiva passare alla testa. DFW è un maestro nel guidare le figure nelle case della scacchiera. Linguaggio e finzione invitano a rivoluzionare il piacere della lettura come pratica sociale, un atto d’impegno o una terapia intellettuale che può «aiutare il lettore a sentirsi meno solo».
BIBLIOGRAFIA
Foster Wallace, D. «E Unibus Pluram: Television and U.S. Fiction», (poi A Supposedly Funny Thing I’ll Never Do Again), «The Review of Contemporary Fiction», 1993.
Foster Wallace, D. «Tense Present: Democracy, English, and the Wars over Usage», Harper’s Magazine 2001.
Foster Wallace, D. Infinite Jest, Einaudi 2006.
Foster Wallace, D., La scopa del sistema, Einaudi 2008.
Green, K. Il ramo spezzato, Baldini+Castoldi 2018.
Kelly, A. M. David Foster Wallace: Death of the Author and Birth of a Discipline, Irish Journal of American Studies, 2010.
Le Bon, G. Psicologia delle folle, con espansione sulle folle digitali, Ibex Edizioni 2021.
Marcuse, H. L’uomo a una dimensione, Einaudi 1967.
McCarthy, C. Il passeggero, Einaudi 2023.
McCarthy, C. Stella Maris, Einaudi 2023.
Salinger, J. D. Il giovane Holden, Einaudi 1961.
Solanas, V. «A young Girl’s Primer on How to Attain a Leisure Class», Cavalier 1966.
Wallace, J. D. «Pleasure as an End of Action», American Philosophical Quarterly, 1966.
Wittgenstein, L. Tractatus Logico-Philosophicus, Einaudi 1989.
Wittgenstein, L. Ricerche filosofiche, Einaudi 1999.
[i] Kelly, A. M. David Foster Wallace: The Death of the Author and the Birth of a Discipline. Irish Journal of American Studies Online, 2, Web, 2010.
[ii] L’attrice statunitense Jayne Mansfield (1933-1967) raggiunse la fama negli anni cinquanta. Si aggiudicò vari titoli nei concorsi di bellezza ma l’attrice affermava di avere un Q.I. di 162 e di parlare cinque lingue e, oltre al violino, suonava anche il pianoforte e conosceva perfettamente William Shakespeare. DFW insinua che non erano le sue capacità intellettuali a interessare il pubblico, bensì la sua sensuale, procace e provocante bellezza; sicché l’immaginaria East Corinth prende la forma del volto femminile esibitosi con il seno nudo in Promises! Promises! (1963). È tutta una geografia storico-civile-simbolica che si rimette in discussione, un rapporto non solo donna-uomo ma donna-cultura di appartenenza, decisamente squilibrata in suo sfavore.
[iii] La città di Cleveland (USA) è capoluogo amministrativo della contea di Cuyahoga, a nord-est dello Stato dell’Ohio, sulla costa sud del lago Erie. C’è una sottile ironia tra il lago Erie e la parola «eerie» (cioè qualcosa di strano e inquietante, di soprannaturale, che provoca una sensazione di paura o disagio). È conosciuta come la «Forest City», poiché in La democrazia in America, che contiene le osservazioni del francese Alexis de Tocqueville sugli Stati Uniti negli anni Trenta del XIX secolo, Cleveland è una società altamente sofisticata in un ambiente fortemente boscoso. Oggi Cleveland è una città di paradossi, metropoli tentacolare e piccolo paese che funge da termometro politico americano. È una città pioniera nelle riforme sociali di ogni tipo, sebbene un bastione del conservatorismo. Fondata e sviluppata da un piccolo gruppo di protestanti del New England e degli Stati del Medio Atlantico, è popolata da membri di oltre cinquanta gruppi etnici che rappresentano ogni parte del mondo e molte delle religioni mondiali. È una città di operai che sostiene un complesso culturale unico, composto da istituzioni di fama nazionale, e un sistema di parchi che non ha eguali. Una «città di cooperazione», divenuta famosa per la politica del confronto. A causa dei problemi fiscali e della corruzione negli anni ’80, Cleveland indice una petizione popolare per sostituire la forma di governo nel 1986.
[iv] Il ramo spezzato (Baldini+Castoldi 2018) è il libro di Karen Green, moglie di David Foster Wallace.
[v] DFW riprende la suggestione dello psicologo ottocentesco francese Gustave Le Bon (1842-1931), autore del celebre quanto discusso Psicologia delle folle (1895). L’individuo, una volta immerso in una folla, vede la propria «personalità cosciente svanire» e acquisisce una mente di gruppo distinta, meno razionale e più emotiva. La mente opera per «associazioni di idee», e le folle accettano come vere anche le dichiarazioni più improbabili, come quelle espresse dalle ragazze del college femminile Mont Holyoke in La scopa del sistema. Il saggio di DFW «E Unibus Pluram: Television and U.S. Fiction» (1993), è un motteggio di parole che ribalta il motto americano E Pluribus Unum («da molti, un’unica unione civica») e una chiara eco della teoria di «anima collettiva» di Le Bon. DFW riprende Herbert Marcuse e l’idea della tecnologia in L’uomo a una dimensione (1964) che trasforma la massa in un’unica entità solipsistica e isolata, in una solitudine condivisa. Una delle intuizioni più brillanti del saggio di DFW riguarda l’ironia, potente strumento letterario dei postmodernisti per «smascherare le illusioni», cooptata dalla televisione per diventare mezzo di controllo e di sofisticazione. Il sistema della Scopa non manipola l’individuo iper consapevole dicendogli cosa credere, ma lo lusinga con la bugia che è troppo intelligente per essere raggirato. La passività e l’isolamento sono il vero motore di questo collettivo esistente nella coscienza condivisa di individui isolati dalla razionalità tecnologica e dalla logica del dominio.
[vi] DFW ha approfondito esplicitamente il dibattito tra prescrittivismo (su come il linguaggio dovrebbe essere usato) e descrittivismo (sull’osservazione di come il linguaggio è effettivamente usato dai parlanti, senza imporre giudizi di correttezza) nel suo saggio «Tense Present: Democracy, English and the Wars over Usage» (Harper’s 2001), rivelando la sua complessa e ambivalente posizione riguardo alle guerre sull’uso del linguaggio. Il saggio è un esempio lampante di uso non-standard dell’inglese, con parole non convenzionali, acronimi, abbreviazioni, capitalizzazione irregolare e un mix eclettico di registri, che vanno dal gergo accademico al linguaggio informale e persino infantile, affiancato a termini stranieri oscuri.
[vii] La frase ricorda l’illuminista Denis Diderot (1713-1784), che definisce l’eclettico come colui che osa pensare con la propria testa e non accetta niente che non sia testimoniato dalla ragione e dall’esperienza. «Pensare con la propria testa», ovvero, attraverso il pensiero critico, era il motto e l’emblema dell’Illuminismo, e «ragione» la sua parola magica. Le donne, «bambini straordinari», secondo il francese, possiedono la raison ma è una ragione perfettibile, in progress. DFW mette in discussione la concezione della donna come «gingillo dell’uomo» (Diderot lo scriverà nell’Emilio), la sua funzione ancillare e di contorno, la cui unica virtù è l’obbedienza alla logica del dominio.
[viii] Nel suo saggio (2001) DFW sottolinea l’importanza pratica dello Standard Written English (SWE) per il successo nella cultura americana, affermando che «chiunque, di qualsiasi razza, etnia, religione o genere, voglia avere successo nella cultura americana, deve essere in grado di usare lo SWE». Esempi comuni includono la preferenza per all right rispetto a alright o fewer than rispetto a less than in contesti specifici. Sebbene inizialmente DFW confuti le basi logiche dell’ideologia descrittivista, sostenendo che il comportamento linguistico sia intrinsecamente soggettivo e normativo, e che alcune forme d’uso siano oggettivamente «migliori» di altre per scopi comunicativi, nella seconda parte del saggio sarà a favore di un’espressione regolata dalla fluidità e dall’adattamento del linguaggio ai contesti sociali. Ammette anche che lo SWE viene confuso con il PWE (Political Written English), linguaggio identificativo degli WASP. Ma è lo «Spirito Democratico» che suggerisce un approccio etico all’uso del linguaggio, dove la chiarezza e l’efficacia comunicativa (spesso associate al prescrittivismo) sono bilanciate dalla consapevolezza della diversità e dell’evoluzione linguistica (tipica del descrittivismo), e dalla responsabilità di non usare il linguaggio per manipolare o escludere.
[ix] Il personaggio di Lenore ha tanti punti in comune con «Pleasure as an End of Action» del padre di DFW, James D. Wallace, pubblicato in American Philosophical Quarterly, Vol. 3, No. 1 (1966) e con il racconto «Come conquistare la classe agiata. Prontuario per fanciulle» di Valerie Solanas. «A young Girl’s Primer or How to Attain a Leisure Class», sul periodico Cavalier sempre nel 1966. Chi vuole conquistare la «classe agiata» del titolo è una giovane donna sola e indigente in un mondo governato dagli uomini. I direttori responsabili del Cavalier adulterarono l’opera di Solanas. Per solleticare la curiosità erotica dei lettori aggiunsero, con una delle tipiche delegittimazioni sessiste alle quali fu continuamente sottoposta la scrittura di Solanas, il sottotitolo: «Come una signorina giovane e carina riesca a sopravvivere in città: il modo più facile per stare comoda è distesa sulla schiena».
L'autore

- Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.
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