
«Il mio sogno è scrivere un libro in cui non succeda nulla, in cui tutti facciano quel che hanno sempre fatto, in cui il sole sorga e tramonti, senza che alcuna brezza ne disturbi l’esistenza», così David La Mantia definisce la sua poetica in «Finestre», il taccuino autobiografico che accompagna e illumina la lettura di Gesti lievi (Il Leggio Libreria Editrice 2022). Una dichiarazione modesta, persino dimessa, ma che nasconde l’ambizione rivoluzionaria di restituire dignità poetica al quotidiano, a quella «vita vera» che si consuma tra lavatrice e lavastoviglie, tra «panni cattura polvere» e «termocondizionatori».
La Mantia costruisce il suo universo poetico a partire dal «contare le parole», una lezione paterna fondamentale. Il padre, un operaio dalla «vita sporca e luminosa», gli ha insegnato «di non dirne troppe e di dirle sempre al momento adatto», di «non riempire l’aria di troppe parole, perché queste se le porta via il vento». Un insegnamento che risuona in ogni verso della raccolta in cui l’essenzialità è scelta etica prima ancora che stilistica. La Mantia immagazzina la lezione e traduce in poetica la pedagogia paterna della misura quando dichiara «un registro quotidiano, un sermo familiaris, rispondendo alla necessità di nutrire la poesia della vita, specie la più banale e qualunque».
Una raccolta di poesie che si nutre anche degli insegnamenti materni, più amari di quelli paterni. Da sua madre, persa prematuramente, ha imparato «a rifiutare il lento dolore dell’illusione, la tortura inutile della speranza. Meglio, molto meglio riempire i sogni di statistiche, di percentuali esatte, di fatti da mettere in fila, prigionieri come gli animali del circo». Una lezione di realismo disincantato che permea i versi di Gesti lievi in cui l’amore si manifesta proprio in quel «se te ne accorgi» del titolo della prima sezione. L’amore come riconoscimento lucido dell’altro, come attenzione quotidiana che sa di poter essere interrotta in qualsiasi momento.
Questa doppia eredità, la parsimonia paterna e il disincanto materno, genera una poesia che esprime il suo meglio nel quotidiano, il suo territorio naturale. La Mantia usa immagini figura di altro, nel modo che intendeva Auerbach. Quando parla del «giusto sapone che sono per la lavatrice» o delle «distanze con cui seminare in campagna» costruisce un livello allegorico in cui «politica, morale ed etica» si intrecciano sotto il velo del domestico.
La raccolta si apre con una geografia dell’intimità: «Ti ho preparata agli spari, a ridere / della bufera, a ritenere normale / tane e rifugi». Un incipit che definisce fin dall’inizio il tono della lirica. Non si tratta di celebrare la quotidianità ma di testimoniarne la sua forza oppositiva; i «gesti lievi» non sono una fuga dal mondo ma una strategia di sopravvivenza in un tempo ostile. E quando nella seconda sezione scrive «voi che sarete, / non accontentatevi delle tante / bufere giocattolo», sigilla quell’invito alla ribellione che passa attraverso la gentilezza.
L’autobiografia si intreccia alla dimensione collettiva senza mai indulgere al narcisismo. Quando racconta della madre che «vinse un cancro l’unica volta che vinse qualcosa» o del padre che «apriva i cancelli con un bacio», costruisce figure che travalicano il privato per diventare archetipi dell’umano. La memoria personale diventa memoria di classe, testimonianza di una generazione che ha attraversato la povertà, la malattia, l’emigrazione interna mantenendo intatta la capacità di «gesti lievi».
Il linguaggio rimane sempre al di qua della soglia retorica, fedele a quella lezione fortiniana che La Mantia rivendica nell’intervista. «Una versificazione scarna e colloquiale, che adoperi con parsimonia l’aggettivo». Questa sobrietà formale non impedisce momenti di intensa liricità, come nel verso conclusivo «Là, nel mezzo, ai punti estremi, la tua fatica, / talora il dolore, l’amore, se te ne accorgi». Sintesi perfetta di una poetica che colloca la rivelazione nell’ordinario riconosciuto.
La sezione «Finestre» introduce una riflessione metapoetica che illumina l’intera operazione. «La poesia lasciala lì, a macerare / sotto il sole, tra le cassette / di frutta e le mani stravolte, / e ricorda invece di santificare / gli incontri». Una dichiarazione che diventa, si fa, manifesto. La poesia non come fuga dalla vita ma come sua intensificazione, non ornamento ma necessità.
Il rapporto con la tradizione è mediato attraverso una sensibilità che deve molto a Luciano Bianciardi. La Mantia lo riconosce come esempio di «intellettuale a tutto tondo, profondamente infisso nella realtà dei suoi tempi». C’è la stessa capacità di leggere il presente con occhio critico e mai cinico, la stessa attenzione all’alienazione della società contemporanea, ai suoi meccanismi filtrati attraverso una pietà umana che Bianciardi non sempre concedeva.
Particolarmente significativa è la sezione «Esempi per dopodomani», in cui il poeta si proietta verso un futuro possibile «utopisticamente, a gesti lievi e non a oggi, ma a dopodomani. Ad un tempo in cui certi diritti e valori, certe attenzioni all’altro diverranno ovvie». È l’orizzonte utopico di una poesia che lavora per la propria obsolescenza, che sogna un tempo in cui i versi «diverranno incomprensibili, perché ciò che tratto oggi, il rispetto, la dignità, la condivisione saranno elementi ormai scontati ed acquisiti».
Nel finale La Mantia raggiunge la sintesi più compiuta della sua poetica. «Perché sono i gesti piccoli, vuoti, a essere importanti. Perché abbiamo il potere di riempirli di significato. Per noi, per gli altri». Una poetica dell’attenzione che sa riconoscere nell’apparentemente insignificante la cifra dell’umano. Come quando scrive «Mi piace lasciare un oggetto dovunque vada… Far sapere che c’ero, che ci sono. Sperare che tutti facciano lo stesso, riempiendo il mondo di sé dimenticati o volutamente persi».
La raccolta si chiude con l’immagine del vento che porta via la polvere dalle case, con un «affidare la polvere al vento». Il gesto finale di una poesia che ha fatto della rinuncia alla retorica la sua forza, che ha saputo trovare nel quotidiano non un limite ma una risorsa inesauribile di senso. I «gesti lievi» di La Mantia non sono un’estetica delle piccole cose, ma una strategia di resistenza che restituisce dignità politica all’ordinario, che fa della gentilezza una forma di insubordinazione.
In tempi di nevrosi e necrosi Gesti lievi è invito a riconoscere «l’amore, se te ne accorgi» nelle pieghe del quotidiano come pausa necessaria. Una raccolta che si iscrive nella tradizione della poesia civile italiana, con una voce originale che sa parlare del presente senza cedere al disincanto né alla retorica. David La Mantia costruisce una geografia dell’umano che è una mappa per orientarsi nel mondo contemporaneo, dove i «gesti lievi» diventano l’unica forma possibile di rivoluzione.
L'autore

- Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.
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