Molto probabilmente, il «giuoco calcio» sarebbe nato a Firenze, in piazza Santa Croce, per i festeggiamenti in onore di san Giovanni Battista, patrono della città, il 24 giugno, in occasione delle solenni festività, con la denominazione di «giuoco del calcio fiorentino», versione “moderna” dell’«harpastum» d’età romana, gioco sferistico a squadra, molto simile all’odierno rugby, con la palla di piccole dimensioni, che veniva «strappata, portata via con forza», di mano in mano, stando anche alla etimologia della parola «harpastum», di derivazione greca, passatempo preferito dei gladiatori, vero e proprio addestramento alla prestanza fisica.

La finalità del giuoco consisteva nel collocare la palla oltre l’estremità del campo avversario. Il «calcio fiorentino», dunque, in età medievale e rinascimentale, ereditava dall’«harpastum» romano la vocazione violenta per lo scontro fisico e la natura militare della pratica atletica, in quanto preparatoria alle asprezze della vita militare. Celeberrima la partita che si disputò a Firenze il 17 febbraio del 1530, durante l’assedio della città da parte delle truppe dell’imperatore Carlo V, tra soldati e nobili fiorentini e una selezione di soldati imperiali (pochi giorni dopo, il 24 febbraio, a Bologna, l’imperatore Carlo V sarebbe stato incoronato dal papa mediceo Clemente VII, in un contesto di accordi che, di fatto, sancivano la fine delle guerre d’Italia, e il ritorno a Firenze della famiglia Medici). Fu dunque in età tardo medievale e rinascimentale che tale giuoco si diffuse a Firenze a livello popolare, persistendo fino a tutto il Seicento, da intendere come antenato dell’odierno rugby, e non del calcio, come erroneamente si è creduto e sostenuto, in forza di diverse ragioni tecniche, come, per esempio, l’utilizzo della mani nelle fasi di giuoco (nel calcio, invece, è vietato toccare la palla con le mani); la natura violenta degli scontri corpo a corpo (legittimi nel rugby, e invece vietati nel calcio); la corsa travolgente dei giuocatori verso la “meta”, con il passaggio della sfera (che a quel tempo non era ovale, ma di piccole dimensioni) all’indietro, verso il compagno di squadra (nel calcio, invece, la palla può essere passata indifferentemente all’indietro o in avanti).
Dante Alighieri fa riferimento al «giuoco del calcio fiorentino» nel canto XVI dell’Inferno, precisamente, ai versi 19-27, incontrando, tra i sodomiti del terzo girone del settimo cerchio (violenti contro Dio nella natura), tre fiorentini, che, continuando a correre e a lamentarsi (della loro condizione), si dispongono, senza fermarsi, in cerchio («fenno una rota», v. 21), intorno ai due poeti, ruotando la testa verso Dante, esattamente come «sogliono i campioni far» (v. 22). Dante è stato sollecitato da Virgilio a fermarsi, e ad avere un atteggiamento di rispetto nei confronti di queste tre anime penitenti («a costor si vuole esser cortese», v. 15):
Ricominciar, come noi restammo, ei
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.
Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,
così rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sì che ‘n contraro il collo
faceva ai piè continüo viaggïo.
Com’è noto, i sodomiti, ai quali Dante dedica i canti XV e XVI dell’Inferno, sono costretti, per legge di contrappasso, a camminare senza mai fermarsi, sotto una pioggia di fuoco (se si fermassero, infatti, verrebbero condannati a restare immobili per cento anni sotto quella pioggia rovente). Dopo aver raccontato, nel canto XV, l’incontro con Brunetto Latini, il suo antico maestro, con versi modulati sul registro della tenerezza e della cordialità, sottolineando il ricordo paterno che ne conservava («la cara e buona imagine paterna», v. 83), e il grande valore etico del suo insegnamento («m’insegnavate come l’uom s’etterna», v. 85), Dante, nel canto XVI, narra dell’incontro con tre anime fiorentine, che lo hanno riconosciuto come compatriota dal suo abbigliamento («Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri / esser alcun di nostra terra prava», vv. 8-9), non senza rimarcare, da parte loro, la natura malvagia e perversa («prava») di Firenze, offrendo, quindi, al poeta l’alibi per pronunciare la successiva severissima invettiva contro la città, nella quale, oramai, a suo giudizio e a giudizio delle tre anime, dominano la «gente nova e i sùbiti guadagni» (v. 73), i traffici spregiudicati, la pratica dell’usura, l’arricchimento facile, sostenuti da sentimenti di orgoglio, di superbia e di invidia. Si tratta di Iacopo Rusticucci, che parla con Dante e che presenta gli altri due, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi, nei confronti dei quali Dante dichiara di non provare sentimenti di disprezzo, ma, al contrario, di sincera pietà: «Non dispetto, ma doglia» (v. 52), dichiarandosi fiorentino («Di vostra terra sono», v. 58). Ora, l’intero episodio dell’incontro, ai versi 19-27, che ho riportato, con il riferimento ai «campion», è stato solitamente interpretato come descrizione dantesca di una scena di lotta, tuttalpiù, in alcuni commenti moderni, non già scena da riferirsi agli antichi lottatori greci e latini, i quali lottavano nudi e unti (di olio), ma ai lottatori dei duelli medievali, per via dell’utilizzo, da parte di Dante, in questi versi, del tempo presente nei due verbi sogliono e sien. Non ritengo di condividere questa interpretazione dei versi, e, soprattutto, il riferimento sportivo alla lotta, antica e/o medievale che possa essere (tra i moderni commentatori, c’è chi ha fatto pure notare che Dante aveva fatto riferimento ai “lottatori” dei duelli medievali chiamandoli «pugiles», in Monarchia, II, IX 9). Al contrario, ritengo che i riferimenti sportivi di Dante, in questi versi, siano da rapportare al «giuoco del calcio fiorentino». Questi tre dannati, come tutte le anime di questo terzo girone del settimo cerchio infernale, corrono, si muovono in continuazione, non possono star fermi, nemmeno per un secondo, per via della legge di contrappasso cui sono eternamente sottoposti. I lottatori, invece, antichi o medievali che siano, non corrono, non si muovono, ma si fronteggiano stando fermi, si studiano, si affrontano. E questa è la prima incongruenza, che segnalo. La seconda incongruenza è rappresentata dal fatto che la lotta (antica o medievale) è disciplina individuale, non di squadra. Dante, invece, per costruire questa similitudine sportiva, sottolinea che le anime sono tre, e che tutte e tre corrono, e si sistemano in cerchio intorno a lui e a Virgilio (che restano fermi), e che per guardarlo e per parlargli, continuando a correre, girano il collo: «fenno una rota di sé tutti e trei» (v. 21), e «così rotando, ciascuno il visaggio / drizzava a me, sì che ‘n contraro il collo / faceva ai piè continüo viaggïo» (vv. 25-7). Inoltre, la postura dei tre giuocatori, di questi tre dannati, con il collo girato verso Dante («drizzava a me»), ripropone pari pari, la scena, appunto, della corsa dei giuocatori del così detto calcio fiorentino (e dell’odierno rugby), impegnati in corse velocissime e travolgenti, per far meta, rispettando la regola di passare la palla all’indietro, guardando il compagno in faccia, con una drizzata di collo all’indietro. A proposito della corsa velocissima di questi dannati del terzo girone del settimo cerchio infernale, Dante, in chiusura di canto XV, a proposito del maestro Brunetto Latini, l’ha sottolineata, scrivendo che Brunetto, nella corsa, gli ricordava quelli che correvano a Verona, per il Drappo verde, ma non un corridore qualsiasi, bensì uno di quelli che corrono, e che vincono:
Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.
[If. XV, vv. 212-124]
Con il canto XVI, siamo a metà della prima cantica (canto più, canto meno), e, quindi, l’esplicito riferimento che esso contiene, carico di disprezzo e di aperta condanna, nei confronti della «gente nova», cioè, della borghesia, nuova classe dominante, rea di aver corrotto gli antichi e nobili costumi cittadini, segnati dalla «cortesia» e dalla «magnificenza», alla ricerca di «sùbiti guadagni», grazie anche alla peccaminosa pratica dell’usura, rinvia al canto I dell’Inferno, e, in modo particolare, alla lupa, la fiera corruttrice dell’umanità intera. A chiudere questo ideale trittico di invettiva contro la lupa, e contro la borghesia e i suoi «sùbiti guadagni», andrebbe citato anche il canto XX del Purgatorio, che si apre proprio con la severa invettiva contro la lupa: «Maladetta sie tu, antica lupa» (v. 10). La «cupidigia» come radice di tutti i mali (già san Paolo ne aveva scritto, nell’Epistola a Timoteo, 1, 6, 10). Questo canto XX del Purgatorio, inoltre, seguendo la mia prospettiva di lettura sportiva della Commedia dantesca, si rivela canto prezioso, perché in esso compare la prima e unica volta il vocabolo «calcio», al verso 113: «lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro», con riferimento all’episodio biblico della punizione che colpì Eliodoro, tesoriere del re di Siria Seleuco IV, che lo aveva inviato al Tempio di Gerusalemme per far man bassa del tesoro. Il vocabolo «calcio», nella mente dei lettori contemporanei di Dante, rinviava alla violenza del giuoco del calcio fiorentino, così popolare in città, e Dante qui lo ha utilizzato per rendere concretamente l’immagine della punizione di un comportamento vizioso (Eliodoro vien preso a calci), lessico, dunque, di un linguaggio universale.
In conclusione, sento di poter proporre di vedere nelle similitudini attinte da Dante dal mondo sportivo (la corsa, per l’episodio di Brunetto Latini, nel canto XV, e il giuoco del calcio fiorentino, per quello dei tre dannati del canto XVI dell’Inferno) efficaci esempi di linguaggio universale, in quanto, cioè, vettori da lui utilizzati per scrivere d’altro, per scrivere di vizi e/o di virtù. Il giuoco calcio, quindi, assunto come «linguaggio e come metrica», tanto per citare Pier Paolo Pasolini, che, secoli dopo, forse, anche sulla scorta di questo illustre esempio dantesco, lo avrebbe sostenuto e teorizzato, in un suo celeberrimo testo (intervista) sul calcio.
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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