Che cosa rimane di un luogo quando chi lo abitava è costretto ad abbandonarlo? Nella raccolta bilingue Le tessitrici di Karavà / Οι Υφάντρες του Καραβά (Di Felice Edizioni, 2026), Alexandra Zambà cerca una risposta nelle mani delle donne. Nel loro lavoro quotidiano sopravvive un sapere capace di attraversare lo sradicamento, custodire i legami e dare una forma condivisa alla perdita. Il filo passa attraverso la stoffa, il corpo, la storia. Ogni punto trattiene qualcosa che la violenza ha tentato di disperdere.
All’origine del libro si trova la località di Karavà, nella parte settentrionale di Cipro, e l’esperienza dell’invasione e dello sradicamento del 1974. È da questa frattura che prende voce la comunità delle tessitrici e delle ricamatrici cui l’opera è dedicata. La precisione del riferimento geografico accompagna l’intera raccolta: anche quando le immagini si allargano al cielo e alle costellazioni, rimangono riconoscibili una terra, le sue case, i suoi morti, le persone di cui si attende ancora il ritorno.
Nel prologo, significativamente intitolato La forma del pensiero, l’autrice individua nel gesto una conoscenza anteriore alla parola. Le dita ricordano ciò che il racconto non riesce ancora a esprimere. La tecnica del merletto Fervolité offre una chiave per entrare nel libro: la forma nasce dai nodi e dagli intervalli, dalla materia intrecciata e dallo spazio lasciato libero. Analogamente, la poesia acquista respiro attraverso le pause, le interruzioni e quanto rimane sospeso fra un verso e l’altro.
Le tre sezioni, Donne ricamano il cielo, Il filo è la promessa e Ritorno alla terra, sviluppano questa intuizione seguendo un movimento che dalla ferita si apre alla possibilità di ricostruire. Il dolore continua tuttavia ad attraversare anche i testi più luminosi. La promessa deve misurarsi, ogni volta, con ciò che manca.
Già nel proemio, Karaviotissa, la donna in fuga stringe al grembo le creature mentre il paese si allontana. Il ripetersi di “Dissero” introduce una voce tramandata, quasi l’inizio di un racconto che appartiene a molti. Ma il tentativo successivo di un turista di fermare quella figura nel proprio obiettivo incontra una resistenza: la donna continua a correre. La sua esperienza eccede l’immagine che vorrebbe fissarla. La fuga rimane aperta e si trasforma nell’ostinazione del ritorno.
Uno dei nuclei più intensi della raccolta è l’ambivalenza dell’ago. Lo strumento che ricuce entra nella carne, lacera, riattraversa il dolore. In un punto sull’altro, il ricamo incorpora l’eco della fucilata e la voce della madre; il movimento del filo si accompagna a un grido. Il corpo conserva la storia nella propria vulnerabilità, prima che essa possa essere ordinata in un discorso. Questa tensione raggiunge una particolare essenzialità in L’ago. La brevità dei versi isola il corpo martoriato, la violenza subita, il gesto che insiste. La presenza di Andromaca apre la vicenda cipriota alla memoria della tragedia: la donna ridotta a preda e bottino di guerra riappare nella storia contemporanea. Il richiamo classico rende percepibile una continuità dolorosa, quella del dominio esercitato sul corpo femminile nei conflitti. La chiusa, “l’ago / non dimentica”, concentra nel minuscolo strumento una responsabilità testimoniale.
Altrettanto significativo è il rapporto fra il filo del ricamo e il filo spinato. Il primo mette in comunicazione, il secondo separa; entrambi, però, attraversano lo stesso paesaggio e possono ferire. In Il filo della perdita, il legame assume persino la forma di un cordone stretto al collo oltre il confine. La metafora centrale del libro conserva così una zona inquieta: ciò che unisce può diventare il segno materiale di una separazione insopportabile.
Quando, in e le tessitrici parlarono, il filo spinato arrugginito cade e viene assorbito dalla terra, l’immagine acquista forza proprio attraverso questo lungo confronto. La parola poetica immagina la fine della barriera dopo averne mostrato gli effetti sui corpi, sugli affetti e sul linguaggio.
Il passaggio alla voce diretta delle tessitrici costituisce un momento decisivo. Le donne prendono la parola e rivendicano il significato del proprio lavoro. Cullare bambini, curare giardini, parlare di ricami non equivale ad aver dimenticato la devastazione. La cura quotidiana contiene una coscienza storica precisa. Attraverso quei gesti la comunità continua a esistere e a trasmettere la propria esperienza.
La dimensione corale rimane, inoltre, attraversata da nomi e relazioni singolari. Maroula, Antrulù, la sorella chiamata a soccorrere, il fratello pianto impediscono che il dolore si risolva in un simbolo indistinto. In Il filo, la richiesta di ricomporre il corpo ferito contiene già il desiderio di rialzarsi per sostenere altri. La solidarietà nasce dentro la fragilità e diventa possibilità di azione.
Sul piano formale, Zambà alterna componimenti brevi, quasi frammenti di un’invocazione, a testi più distesi, sostenuti da accumulazioni verbali e riprese. Gli imperativi chiamano, affidano compiti, chiedono aiuto. Le ripetizioni restituiscono l’insistenza del lutto e il ritmo di un lavoro che ricomincia. La frequente riduzione della punteggiatura lascia che le immagini si succedano secondo un respiro ora concitato, ora trattenuto. Il ricorrere di fili, ferite, stelle e orizzonti costruisce una trama riconoscibile, benché in alcuni passaggi l’espansione cosmica rischi di attenuare la precisione emotiva. I risultati più convincenti emergono quando l’ampiezza simbolica si raccoglie in un dettaglio: il filo tenuto fra i denti, un ramo di salvia, il pane appoggiato al petto, una mano che torna due volte nella chiusa di gli assenti. Qui la sottrazione lascia avvertire pienamente la presenza perduta.
Anche l’edizione bilingue, con le traduzioni italiane curate dalla stessa autrice, partecipa a questo movimento di trasmissione. Le due lingue si affiancano conservando il rapporto con la voce d’origine. Le immagini dei manufatti e i nomi delle maestre restituiscono inoltre al ricamo la sua concretezza: dietro la metafora rimangono persone, tecniche apprese, conversazioni e anni di lavoro. Nelle ultime pagine, il ritorno assume la forma di una parola finalmente pronunciabile. “Finalmente siamo tornati!” appartiene all’orizzonte desiderato della poesia, alla sua capacità di anticipare un’esperienza ancora attesa. La distanza fra promessa e compimento resta affidata al lettore. Le tessitrici di Karavà trova la propria forza in questa attesa operosa. Le donne continuano a ricamare mentre la perdita rimane presente; consegnano alle figlie un sapere e, insieme, la possibilità di riconoscersi in una storia comune. Nelle loro mani, la memoria diventa un lavoro rivolto al futuro. Il paese continua a prendere forma, punto dopo punto, attraverso chi ne custodisce il nome.
Due poesie dalla raccolta
ΠPOOIMIO
Η Καραβιώτισσα
Είπαν
ότι την είδαν και πήγαινε τρεχάτη
όταν έπεφταν αλεξιπτωτιστές
με τα όπλα
έτρεχε
και έφευγε μακριά ο Καραβάς
με τα βουνά όλο πουλιά, κύματα
να ξετυλίγονται μιτά της νήματα
κι είχε φιλικουτούνια ζωηρά στον κόρφο της
και σώπασε και γέλασε και τα ’σφιξε
μετά από τόσο μακελειό
μην νοιώσουν την ορφάνια
μην χαμηλώσουν βλέμματα και κεφαλή
στου εισβολέα τη βία
Είπαν
ότι μετά από καιρό
κάποιος τουρίστας με τον φακό
προσπάθησε να την καρφώσει
μα κείνη αχαλίνωτη ακόμα τρέχει
PROEMIO
Karaviotissa
Dissero
che la videro correre più del vento
quando cadevano i paracadutisti
con le armi
correva
e Karavà si allontanava sempre più
con le montagne d’uccelli e onde che
dipanavano matasse di memoria
e aveva nel grembo creature
e tacque e rise e le strinse forte
– dopo tanto macello –
che non sentissero il vuoto dei caduti
non piegassero sguardi e capo
alla violenza dell’invasore
Dissero
che, dopo tempo, un turista tentò
d’inchiodarla con il suo obiettivo
ma lei senza briglie ancora corre
e corre arando il ritorno
—
και οι υφάντρες μίλησαν
Επειδή κουβαλάω
κουβαρίστρες και βελόνες
μιλώ για κεντήματα και
φερβολιτέ
νανουρίζω παιδιά ποτίζω
τριανταφυλλιές και κήπους
Μην νομίζετε
ότι ξέχασα το έγκλημα και
την καταστροφή που υπέστημεν
να ξέρετε ότι μασάω τις ώρες
τις κάνω νήμα υψώνω μνήμες
στυλώνω ναούς και τραγουδώ
να βρούμε τον δρόμο και νά
και νά
το σκουριασμένο συρματόπλεγμα
λασκάρει πέφτει, η γη το καταπίνει*
* Συνομιλία με το ποίημα της Νίκης Μαραγκού Για τους φίλους
στο Βορρά.
e le tessitrici parlarono
siccome lavoro con
rocchetti e aghi
parlo di ricami e
fervolité
cullo bambini
innaffio rose e curo giardini
non crediate
che io abbia dimenticato il crimine
e la rovina che abbiamo subito
sappiate che mastico le ore
le faccio filo, innalzo memorie
raddrizzo templi e canto
perché troviamo la strada e…
ed ecco
il filo spinato arrugginito si allenta
cade e la terra lo assorbe*
*In dialogo con la poesia di Niki Maragkou Agli amici al Nord.
Le poesie: pp. 22-23 e 72-73. Versioni italiane dell’autrice.
Nota biografica
Alexandra Zambà, di origine cipriota, di lingua madre greca, vive e lavora a Roma. Nata ad Alessandria d’Egitto da madre greca e padre cipriota, ha vissuto e studiato a Cipro fino al completamento delle medie superiori, ha studiato e si è laureata all’Università di Roma «La Sapienza». Da allora vive e lavora in Italia, docente delle medie superiori prima, produttrice cinematografica e televisiva poi, ideatrice e organizzatrice culturale ha fondato e dirige a Roma il Festival Internazionale di Teatro Italia – Cipro, OMBRE/ ΣΚΙΕΣ . Inoltre ha fondato e dirige da anni l’Associazione dei ciprioti in Italia NIMA, ponte culturale tra Oriente e Occidente. Autrice e regista teatrale, da molti anni scrive e pubblica poesie in diverse riviste e antologie.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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